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IL DIBATTITO

Idee per Verona

Rivista di attualità e di confronto politico

Materiali per il n. 2 - Ottobre 2001

 

Direttore responsabile: Raffaello Canteri

Giovani: il coraggio di schierarsi

di Vito Giacino

 

 

Per un giovane partecipare attivamente e disinteressatamente alla politica assume senz’altro una particolare valenza sotto il profilo strettamente formativo, caratteriale e, quindi, culturale. Ciò che rende poi maggior merito è il coraggio di schierarsi e professare le proprie idee, consapevoli che sono rivolte su posizioni e progetti assolutamente innovativi e, come tali, considerati "pericolosi" da parte di chi con la politica vi convive da così tanto tempo dall’esser divenuto strenuo difensore dello status quo.

Sono tanti, forse anche troppi, quei giovani che oggi hanno paura di esprimere le proprie opinioni, perché ritengono di dover essere "prudenti" e di non immischiarsi nella vita politica, che, per definizione, è sporca. Si ha troppo spesso la paura di non piacere a tutti per le proprie idee, non pensando che sono l’unico patrimonio del giovane e che, solo facendole conoscere agli altri, si potrà comprenderne il vero valore.

Conosco perfettamente i luoghi comuni che si citano quando si parla dei giovani e della politica. Mi riferisco all’apatia della nostra generazione, al disinteresse verso tutto ciò che non riguarda strettamente le proprie questioni personali, ad una società che sembra impostata verso l’egoismo e l’egocentrismo; luoghi comuni questi solo minimamente rispondenti alla realtà. Esistono invece moltissimi giovani, compresi tra una fascia di età tra i 18 e i 30 anni, che giorno per giorno e da tanti anni, credono ardentemente in certi ideali che i più considerano scontati, ma che in realtà sono il più delle volte solo scritti e spesso male applicati. Mi riferisco ai valori di eguaglianza, di libertà, di solidarietà per i quali i giovani di Forza Italia si battono, a Verona e in tutta Italia, quotidianamente. Non è semplice, guardando anche in casa di altri movimenti politici, riuscire a coagulare un significativo numero di persone al di sotto dei 30 anni, intorno agli ideali di una politica moderata che, rispettosa degli altri, cerca di cambiare giorno per giorno una società nella quale i veri emarginati sono i giovani. Da troppo tempo questi subiscono sulla propria testa riforme nei rapporti di lavoro ed ancor prima nei rapporti previdenziali, senza esser, non dico parti attive, ma neppure interpellati. Come si può pensare di disegnare una società moderna, lasciando i giovani ai margini di ogni scelta? Il prof. Monti, tempo addietro, partendo da queste considerazioni, lanciò una provocazione: indire uno sciopero generazionale.

Lo sciopero non ci sarà, ma, se si è pienamente d’accordo nel condannare la violenza che alcuni giovani manifestano, come ad esempio in occasione del G8, si deve offrir loro la possibilità di poter contribuire in modo attivo ed efficace al cambiamento, senza distruggere, per questo tutto il quadro, altrimenti prevarrà ancora la logica dei Casarini, degli Agnoletto, dei Toni Negri e di tutti i soliti "pifferai".

Si vive in un periodo particolarmente difficile, nel pieno di un’assoluta e globale rivoluzione della società così come è stata fino ad oggi intesa. Le nuove tecnologie e quindi la new economy, la diversificazione dei lavori, l’abbandono del tanto agognato posto fisso necessitano di un costante adeguamento ed aggiornamento da parte di coloro che, per la prima volta, si affacciano nel mondo del lavoro.

I giovani possono e debbono essere l’alternativa alla politica di un sindacato che oramai gonfia le sue fila solo di pensionati e di occupati, nel quale, quindi, non solo non si è rappresentati, ma per il quale si rappresenta spesso interessi antagonisti.

Si vive sicuramente con un certo timore le sfide che si presentano dinnanzi, ma vanno affrontate con uno spirito innovativo ed ambizioso, senza respingerle; non ci si batte per una politica antiprogressista e antiavanguardista. Occorre però capire che, nel pieno dell’integrazione sociale ed economica dell’Unione Europea, per poterle affrontare alla pari dei nostri coetanei europei, è assolutamente necessaria una buona conoscenza della lingua inglese; è fondamentale avere le basi ed i concetti di creazione e gestione di un’impresa; è parimenti indispensabile, nel pieno della globalizzazione dei mercati, la conoscenza del mondo di Internet come, infine, un’ottima ed approfondita conoscenza dell’informatica nel suo complesso. Ebbene essere privi di questi basilari presupposti vuol dire esser posti fuori dal mercato del lavoro e, soprattutto, dalla possibilità di poter contribuire in prima persona ad un ammodernamento delle nostre Istituzioni.

I giovani di Forza Italia hanno intrapreso un’iniziativa di assoluto spessore, culturale e politico in senso stretto. Vogliono portare i giovani dentro le Istituzioni, perché avvertano il diritto, ma anche il loro dovere di essere partecipi della politica. Per questo motivo continuano a sviluppare iniziative, l’ultima delle quali è un ciclo di conferenze che, grazie alla preziosa partecipazione di tanti Amministratori e Politici, hanno lo scopo di diminuire la distanza con le amministrazioni locali, regionali e nazionali, interagendo e confrontandosi reciprocamente. Dimostrano la volontà e la voglia di fare politica, e, rivolgendo il loro interesse primariamente verso il sociale, smentiscono chi considera la generazione dei giovani assente e priva di qualsivoglia ideale. Proprio i giovani debbono saper intercettare le delusioni, le istanze, i progetti di tutti coloro che oggi ritengono di non avere una rappresentanza politica. Questo è il compito da portare avanti quotidianamente, spesso con sacrificio ma con la consapevolezza di poter essere domani protagonisti del futuro.

 

Giovani: il coraggio di informarsi

di Giovanni Cavarzere

 

"Conoscere per deliberare", scriveva Luigi Einaudi, uno dei pochi politici ed economisti italiani riconosciuti ed apprezzati al di là dei confini. Mi viene alla mente proprio lui leggendo la riflessione di Vito Giacino sui giovani e la politica.

Non è da oggi, ma ormai dagli anni Ottanta che la gran parte dei giovani non si schiera, non fa politica attiva, e c’è forse da aggiungere che se la politica attiva è quella delle P38, in auge negli anni Settanta, beh: meglio che di politica i giovani non ne facciano proprio. A parte questa provocazione, se osserviamo chi ha meno di trent’anni non credo che vedremo più di cinque o sei individui su cento acquistare un quotidiano, e se anche altri dieci ascoltano i notiziari radiofonici o televisivi non credo che nessuno possa affermare che a quel punto si sia pronti per deliberare, che è poi un altro modo di dire "schierarsi". Come dice Giacino il mondo del lavoro sta subendo in questi anni una rivoluzione, sentita in Italia in maggior misura che altrove per l’evidente sproporzione tra le garanzie dei classici dipendenti a tempo indeterminato e l’assenza di reti di protezione che caratterizza il lavoro giovanile. Tempo fa guardavo in TV un documentario su alcuni operai asfaltatori romani, girato da Cesare Zavattini negli anni ’60 a Roma: questi padri di famiglia si riunivano in una piazza ogni giorno, senza sapere se avrebbero lavorato o no. Passava il caporale e diceva: "Oggi me ne servono cinque"; gli altri venti se ne tornavano a casa senza pagnotta. C’è di più: chi lavorava in ogni caso non aveva copertura sanitaria, assicurativa e previdenziale, e gli asfaltatori mostravano a Zavattini le bruciature che l’asfalto bollente aveva provocato alle loro gambe. Mi sono sorpreso a pensare che la condizione di moltissimi giovani veronesi o veneti o triveneti, anche la mia, è molto simile: nessuna garanzia di lavoro non dico sul lungo ma neanche sul medio periodo, copertura sanitaria e assicurativa inesistente. Si è reso lo scorso anno il contratto di collaborazione coordinata e continuata un po’ più simile a un contratto a tempo indeterminato, ma a mio avviso il risultato sarà il passaggio a contratti di collaborazione occasionale reiterati (anche se non è legale), oppure l’immersione nel nero. La consulenza, proprio perchè non offre garanzie, dovrebbe essere retribuita assai più di un impiego dipendente, ma sappiamo bene che non è affatto così. Di tutto questo si parla nel libro bianco del lavoro che Roberto Maroni, ministro del Welfare, ha da poco licenziato. Qualcuno dei tantissimi giovani che sulla propria pelle vivono la situazione appena descritta saprà dell’esistenza di questo libro bianco, che se non altro prende finalmente atto del problema e indica anche qualche soluzione? E’ una domanda retorica con risposta negativa. Come ricordava Giacino Mario Monti diede l’allarme ancora due anni fa, e il 30 ottobre a Roma i radicali terranno un convegno (tra i relatori anche il prof. Sartor, ordinario di Scienza delle Finanze all’Università di Verona) proprio sul tema. Lo sciopero generazionale non ci sarà non perchè non sia necessario ma perchè tantissimi giovani hanno poco tempo libero, presi come sono dal trovare due o tre impieghi temporanei per tirare la carretta, e non c’è nessuno che li mobiliti. Ci vorrebbe un bel coraggio per dedicare il sabato libero alla lettura del libro bianco di Maroni o per rinunciare a centomila lire per andare a sfilare a Roma, quando si sa che il giorno dopo non torni al solito posto di lavoro e hai perso un’occasione! Qui dovrebbero intervenire i giovani che fanno politica: colmare le lacune di chi non può o non vuole occuparsene fissando alcune parole d’ordine su cui riunire non tutti i giovani, categoria la più indistinta, ma chi ha interesse personale a lottare (che parola antica!) per raggiungere degli obiettivi determinati. Ci potremmo chiedere a questo punto perchè i giovani politici non lo facciano, e ognuno darà la sua risposta. La mia – tratta dall’esperienza nella Gioventù Liberale Italiana – è che i giovani sono tenuti ai margini dai loro stessi partiti, ma spesso la colpa è solo loro: è vero che essi vengono in genere considerati troppo irruenti, poco votati alla mediazione; soprattutto però sono inconsistenti, perchè non sanno comunicare efficacemente coi propri coetanei, quindi non creano un seguito: se non hanno attenzione dai giovani perchè mai dovrebbero riceverne dai politici più vecchi? Non me ne vorrà Giacino, ma una serie di conferenze non è esattamente il modo più efficace per attirare giovani come mosche. Si attireranno quelli di per sè interessati alla politica. Cos’è e come funziona un consiglio comunale, quali sono i poteri rispettivamente del sindaco e della giunta, cosa faccia il cosiddetto city manager o il presidente della Regione dovrebbero insegnarlo a scuola (altro punto dolente). Quello che intendo è che non si può comunicare con un pollo facendo il ruggito del leone; i giovani politici, proprio perchè sono giovani, dovrebbero conoscere il linguaggio giovanile e attuare una politica altra non rispetto ai progetti dettati dal partito ma rispetto ai canali di comunicazione adottati da esso. Un problema più ampio è quello della formazione: siamo sicuri che Internet, Inglese e Impresa siano le cose che mancano? Ci rassicura pensare a un’Italia in cui non si sappia contro chi è stata combattuta la Prima Guerra Mondiale e perchè (magari lo si insegna, ma anche se non lo sai vieni promosso), ma si sappia come si dice in inglese? La comunicazione è importante solo se hai qualcosa da comunicare.