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Rivista di cultura e di confronto politico Novembre 2003
Direttore: Raffaello Canteri |
Il forno del pane della contrada Dosso (San Rocco di Piegara, Roverè)
di Raffaello Canteri
Da Roverè Veronese si prende la strada per San Vitale e San Rocco di Piegara. A poche centinaia di metri da quest’ultima frazione si gira a sinistra per la contrada Dosso, in fondo alla quale, sulla destra, si trova il forno del pane. Si tratta di un piccolo edificio, che risale al 1592, come indica la data incisa su uno dei piedritti verticali di sostegno. E’ una delle testimonianze storiche più antiche del genere che si riscontrino nella zona. Un forno del pane contradale ben conservato si ritrova ad esempio in contrada Grobbe di Boscochiesanuova, a qualche chilometro di distanza, ma è stato costruito nel 1841.
L’edificio poggia su un declivio, in modo tale che la fronte presenta ad altezza d’uomo la bocca della camera di cottura, mentre da una prospettiva di lato o dal retro si nota che la struttura è in realtà formata da tre piccoli piani sovrapposti: in basso, un grazioso "logo" a botte serviva per il ricovero del maiale; in alto, con l’accesso attraverso una scala esterna in grosse pietre squadrate, c’è il deposito della legna e degli attrezzi da lavoro; al centro, il forno vero e proprio, stretto tra le due ganasce di sopra e di sotto che favoriscono una perfetta coibentazione.
Il tetto a spiovente poggia sul davanti sopra un’antica grossa trave di castagno, sostenuta da due piedritti verticali, che delimitano un piccolo atrio aperto dentro cui si poteva lavorare al riparo dalla pioggia e dalle intemperie.
I lati dello spiovente sono stati realizzati in laste di rosso ammonitico, di spessore perlopiù molto sottile, non lavorate, messe in opera alla buona così come sono state estratte dalla cava.
La parte centrale, sostenuta da incroci di piccole travi fermate da vecchi chiodi fatti a mano, è in tegole di antichissima fattura, su cui si notano le strisciate delle mani che hanno modellato l’argilla sullo stampo.
Tutta la costruzione è dunque un pezzo di storia: dalle pietre angolari sul retro disposte a coltello, al calcare non sgrezzato, alla malta impastata con calce abbondante, terra e pietrisco macinato dalle ruote dei carri lungo le strade e raccolto dopo i temporali, alla volta a botte in mattoni della camera di cottura.
Con fasci di sterpi e poi con legna più grossa la camera veniva portata ad una temperatura intorno ai 250° C. Il fumo fuoriusciva dalla parte alta della bocca, immettendosi direttamente nell’interstizio di una grossa pietra esterna ad arco e in questo modo salvaguardando il fuochista. Poi la camera veniva ripulita, si introduceva il pane lievitato, lo si lasciava cuocere. Le infornate periodiche bastavano per intere settimane al fabbisogno di tutti gli abitanti della contrada.
Il forno del pane ha una grande valenza simbolica, emozionale, ai limiti del sacro. E’ significativo che le popolazioni locali, fin dal Cinquecento, nel trigesimo anniversario di un defunto, usassero distribuire–spezzare il pane con i parenti e gli amici in chiesa. Le piccole comunità contradali erano nate nei primi secoli dopo il Mille come insediamenti minimi di una o due o tre famiglie, legate tra loro da vincoli di parentela. L’incremento demografico ha portato all’espansione dei primi nuclei su più fronti di case a schiera, i cui abitatori peraltro erano spesso fratelli, cugini, consanguinei, che si portavano la moglie in contrada e tiravano su altri muri, altre stalle, altri loghi. Come conseguenza di questa unione stretta tra i membri e radicata nella struttura famigliare alcune funzioni importanti venivano svolte comunitariamente, dal fare il burro e il formaggio nei baiti a quella, appunto, del fare il pane.
Nei baiti, nei forni del pane, così come nei molini presenti in loco in maniera massiccia, è scritta la piccola storia di queste comunità, dedite al pascolo, al lavoro agricolo e alla coltivazione dei cereali, con una tendenziale, forte propensione all’autonomia e all’autosufficienza.
Il forno del pane del Dosso ha bisogno di un accurato lavoro per essere risistemato: vanno tolte alcune incrostazioni recenti che lo hanno deturpato (malte cementizie, un improbabile camino), va rifatto il tetto in parte crollato, va riposizionata la pietra che serviva a sigillare la bocca della camera di cottura.
Ricondotto con pazienza alla sua primitiva identità, si ricarica di significati culturali che velocemente elenchiamo: un’idea dell’antica architettura della Lessinia, in pietra, legno e laterizi; una pagina di storia economica, completabile attraverso un percorso tra baiti, molini, stalle, teze e loghi per gli animali domestici; una testimonianza esemplare di valori comunitari, famigliari, religiosi. Tutto questo potrebbe essere valorizzato ad evidenti scopi didattici e conoscitivi, ma anche, come è stato sperimentato del resto in altre parti d’Italia, attraverso l’immersione diretta nel tempo e nei modi del nostro passato: per esempio organizzando annualmente una festa del pane in contrada – la festa del pane del Dosso -, rimettendo in funzione l’antica struttura, con contorno di mostre, spettacoli, convegni. Tornare a spezzare il pane, nel segno delle proprie radici, nello spirito di un’identità riscoperta e rivissuta.