Lessinia, dall’altra parte del mondo. Amori

1. Angela. Juiz de Fora, Minas Gerais, Brasil. 1895


Nel primo anno in Brasile la vita del Cància - e quella della moglie Angela e dei suoi sette figli - è stata peggiore delle miserie che si è lasciato alle spalle. L’hanno accasato in una baracca di due stanze in mezzo alla foresta, costruita con tronchi di palamito e coperta di foglie di guaricanga, lontano da ogni anima viva, anche dal Russo. Ha un tòco di orto intorno, dove può piantarsi due o tre vigne e le suche e le patate e qualche altra verdura, giusto adesso, che se da noi è l’autunno inoltrato in Merica sta per finire la primavera e dunque è tempo di semina. Intorno all’orto c’è una foresta che saranno 20 campi all’incirca e che diventerà la sua campagna quando l’avrà disboscata con il fuoco e zappata e seminata e soprattutto riscattata. Deve lavorare al caffè del fazendero che gli ha dato tutta quella roba e gli ha pagato il viaggio e gli ha rifornito le arte da lavoro e il mulo e il carretto e il porco e le galine per i primi tempi. Deve lavorare come un disperato dall’alba al tramonto per pagare il debito e fare un po’ di soldi da mantenere la donna e i figli e comprargli magari un paro di scarpe ogni tanto. Perché le scarpe qui sono più indispensabili delle braghe. Il Fiore e il Paolo lo aiutano al caffè e in foresta. L’Angela gli fa da magnare ogni giorno con la selvaggina che lui riesce a cacciare e con le uova e le verdure e con la farina di manioca che sta nel baule del viaggio ridiventato madia. Ma è inquieta per via del debito. E soprattutto per via del mato - come qui chiamano la espessa foresta dintorno – con tutti quegli animali che non ha mai conosciuto e che si fanno sentire con le loro grida con i loro lamenti. Il mato le mette una paura da strapparle il cuore. Certe notti si sveglia di soprassalto.
E una di queste notti, una notte di fine gennaio – che è ormai piena estate in questa balorda Merica – scoppia un temporale che sembra la fine del mondo, di quelli mai visti dalle nostre parti. Il mato è tutto un sibilo, i fulmini spazzano il cielo e spaccano gli alberi lì vicino e tra poco la tempesta si porterà via anche questa baracca con tutti i butìni, pensa la Angela, e incomincia a tremare e a piandere come una creatura e il Cància per consolarla l’abbraccia e – dato anche che i butìni dormono come sassi nonostante il fracasso - succede quel che la natura fa succedere e la Angela si acqueta sotto il corpo di lui. Poi la pancia di lei comincia a gonfiarsi nell’autunno e le pesa lavorare nell’orto – ci pensa l’Albino a catàr su la verdura - e sta in casa a far l’ùcia e a destrigàr le fasce che l’à portà dall’Arzare in caso di calcolato bisogno.
Prima che passi l’autunno e venga l’inverno, dopo aver delimitato la futura proprietà, scavando un solco intorno al tòco di mato che gli è stato assegnato, il Cància una sera accende un gran fuoco. E’ la queimada, come la chiamano qui, e serve per sgombrare rapidamente il terreno che si vuol lavorare. Si bruciano le sterpaglie e i grandi alberi di araucaria. Muoiono gli animali tra le fiamme o soffocati dal fumo o asfissiati nelle loro tane sotterranee. Il cielo diventa rosso di fuoco.
E per tutta la vita l’Angela e i suoi figli ricorderanno ciò che hanno visto in quei tre giorni – che tanto è durata la queimada - o hanno soltanto immaginato, come i sighi dei bissi e dei capibara che bruciano saltando verso il cielo e le nubi dei pipistrelli che sorvolano minacciosi la casa per azzannare i bambini e portarseli via. Un’esperienza spaventosa e tremenda, da inferno sulla terra. L’Angela maledice in silenzio il giorno in cui sono partiti dall’Arzare e manterrà per gli anni a venire il terrore che i bissi le mangino i bambini per vendicarsi di quel formidabile arrostimento notturno. Racconterà storie mostruose di quelle creature infilate nelle scarpe o addirittura in bocca ai neonati per succhiargli il latte appena poppato dalle tette materne, oppure mozzate e con la testa che si muove da sola tra i materassi sul pavimento o sotto il letto e azzanna ogni malcapitato.
Ma il fatto è che queste storie - tutta questa improbabile mitologia – le hanno raccontate per anni non solo quelli che sono stati a la Merica, ma anche quelli che non ci sono stati mai, quelli che hanno passato la vita a Roverè e sono stati sepolti sotto le ortiche del cimitero davanti alla chiesa per generazioni e generazioni. Hanno le loro radici nel primitivo terrore dell’ignoto, quando anche il paese e la Lessinia erano un’espessa foresta, un mato, un vegro selvoso, e uomini solitari con le loro famiglie accendevano fuochi da una gobba di monte a un’altra gobba di monte per segnalare la loro presenza. O per fare el carbòn.
E il fatto è che l’esperienza americana riproduce in un brevissimo lasso di tempo, diciamo due o tre o dieci anni, tutto il cammino secolare di questi coloni. Il Cància è solo e va in giro sempre con lo s-ciòpo come il Cristano del Quattrocento con il coltello e le frecce. Si sente come lui accerchiato sulla terra che è venuto ad amasandum et habitandum. Uno, due, tre, dieci anni per ripercorrere la storia di seicento e andare finalmente oltre, se Dio lo concederà. Il Brasile è la tierra prometida e al tempo stesso la terra dell’orrore, il mondo nuovo bello e terribile.
Dopo la queimada il Cància fatica come un desgrassià per cavare le raìse e spianare il terreno. Certe sere el gà i oci fora dalla testa come un gato ciapà in trapola e si butta a dormire senza gnànca magnare. Quando viene mattina al paese, basta che ti affacci sulla porta di casa e scruti il cielo e subito capisci come sarà la giornata. E fai quattro ciàcole, tanto per cominciare. Qui l’è tutto sottosopra.
E il mondo l’è tutto contro di te.
Glielo aveva detto il Russo, e adesso glielo ripete quelle poche domeniche – non tutte le domeniche – che si ritrovano sulla piazza della igresia Santo Antonio di Juiz insieme a tanti altri compaesani.
Quel che guadagni al caffè ti basta appena per coprire le spese dei beni che ti sono stati anticipati e alla fine dovrai pagare la prima rata dei campi a riscatto. Che l’è da mettersi le mani nei capelli per una famiglia come la tua.
E in sovrappiù c’è anche questo nuovo bambino. Verso la metà di ottobre la moglie del Russo, la Maria debole di cuore perché quasi tutto quello che aveva è rimasto a Roveré, si trasferisce a casa del Cància e le due donne hanno momenti teneri e una mattina trovano una scusa per mandare via i bambini con il carretto e alla sera a tutta la famiglia comunicano la bella notizia che la mamma ha comprato un nuovo bambino e che questo nuovo bambino si chiama – non ci sarebbe bisogno di dirlo - Ottavio. Come la creatura seppellita prima di partire. E’ il 21 ottobre 1895. Tre mesi più tardi la famiglia fugge di notte dalla fazenda e si trasferisce nella zona mineraria all’interno del Minas Gerais.



2. Angela e Teresa. Morro Velho, Minas Gerais, Brasil. Qualche anno dopo


Adesso che le cose si sono messe al meglio lavora nella miniera dell’oro di Morro Velho, al reparto di triturazione e lavaggio, anche la figlia Teresa, che aveva undici anni quando erano sbarcati e adesso ne ha quattordici appena, ma è già una donna come si conviene. Una donna del Brasìl. Una donna con tutte le paturnie e le inquietudini e le velleità feroci e leggere del Brasìl di quegli anni. A tal punto che una sera se ne torna a casa sul tardi tanto che i suoi stavano da un bel po’ di tempo in pensiero, e davanti al pupà e alla mama e davanti alla tòla pareciàda con tutte le delizie della bella stagione, se ne esce con un’affermazione apodittica che non ammette repliche e che, come dire, costituisce una sorta di rivoluzione in fatto di usanze e di tradizioni e perfino di morale del piccolo mondo che dall’Arzare si è trasferito qui, in quest’altra parte del mondo dove le stagioni si sa che sono all’incontrario. Una bomba, insomma, una carica che esplode nell’abisso lugubre del morro quella sera che lei è tornata tardi quando i suoi stavano già in pensiero da tempo.
Pupà e mama, dice la Teresa che ha quattordici anni appena compiuti, mi sono innamorata del Severi e lo sposo. Questo è quello che dice.
E chi è questo Severi. E cos’è questo amor. E’ quello che le replicano la mama e il pupà di rimando dopo una lunga pausa infinita. Sterrefatti come davanti alla fine del mondo. Che all’Angela e al Cància gli pare d’essere tornati al tempo della queimada, con i capibara che saltano nel cielo di fuoco, con i bissi che sìgano nella disperassiòn più totale. Chi è questo Severi. Cos’è questo amor. Che al paese quando uno el mete l’ocio su una butèla el gà da parlarghe con i so’ veci e, in prima cosa, dice il Cància, el gà da métarse d’accordo sulla reciprocità degli interessi della famiglia. Invece questo non si è fatto neanche vedere. E sento che l’è di Forlì addirittura. Non uno dei nostri. Uno di Forlì. E altro non aggiunge. Che è come, si rende conto, aver supiàto sul fogo.
Non mi vedrete mai più, se non sposo el Severi di Forlì. El mio amore, replica la Teresa. Che la pare proprio intenzionata a tener fermo il proposito suo, costi quello che costi, dovesse anche arrostire nell’inferno di questa inaudita queimada sentimentale. Perché si dà il caso che qui, de outra parte do mundo, non sono cambiate solo le stagioni e per così dire lo stile di vita, ma anche sono cambiati i percorsi del pensiero e in fin dei conti la sostanza stessa dell’essere sulla terra ingrata.
I genitori si rassegnano e la Teresa sposa il suo Severi e con lui va a vivere in un altro morro poco distante.
E adesso infine che le cose si stanno mettendo al meglio, e che il Fiore e il Paolo e l’Albino portano in casa bastanti soldi da comprare le scarpe e anche le braghe e i vestiti nuovi, e che la Teresa si è sposata, occorre spendere magari anche una parolina sul Cància. Che in mina ci va malvolente. E che gli viene improvviso ogni tanto un attacco di mal di mare – una stòrnia, per dire - e insomma comincia a soffrire di quella brutta malattia che è la malattia della saudade dell’Arzare. La malinconia della lontananza. La nostalgia della casa e dell’osteria della piazza e della terra da portar su dai vaj con il derlo e della stalletta da guernare e da farci la sera quattro ciàcole con i compaesani. La saudade che è dell’Angela, in particolar modo. La saudade del migrante ao Brasil.
Ora che abbiamo qualche risparmio e che non ci corre più dietro nessuno, vale la pena di farci sopra un pensierino. Ci si potrebbe sistemare qui e in via del tutto definitiva, tàca a ragionare il Cància, come hanno fatto il Russo e lo zio Bighi e il Michel. Si potrebbero comprare dei campi qui. Ma anche, se proprio vogliamo dirla fino in fondo, mettere via ancora un po’ di sostanza e tornare tra qualche anno al paese ‘ndove che siamo nati, perché no?
Intanto magari l’è meglio che il Fiore, diciamo per ogni evenienza, e dato che ha compiuto i vent’anni, se ne torni al paese, dico nel caso che un domani decidessimo di tornare tutti quanti a casa. E’ meglio che vada al militare, che se si deciderà di tornare all’Arzare e il Fiore non avesse adempiuto agli obblighi della patria di sicuro ce lo mettono in galera. Diciamo così per ogni evenienza, che si fa visione di paradiso negli occhi dell’Angela al solo nominarle la casa.
Ed è così che il Fiore lascia la mina, prende il treno in solitudine, traversa l’oceano, discorre con i migranti che ritornano, quelli che ce l’hanno fatta e quelli che hanno seppellito in Merica il sogno de uma vida melhor, desmonta a Genova, riprende il treno, sale su da Montorio al paese, abbraccia i parenti e gli conta con poche parole le avventure e le disavventure e va al Comune e fa le carte e parte per il militare a Roma. Diciamo per ogni evenienza.
Passa ancora un par d’anni, e il Fiore sta per tornare dal militare e allora è la volta del Paolo a partire per la stessa ragione di questa benedetta evenienza. Che si presenta in fine, come le cose che a lungo si sono desiderate e che prima o poi si fanno reali, magari in un modo del tutto inatteso.
E adesso però tocca di dire della natura, che ha reclamato ancora una volta dall’Angela generosità e pazienza. L’è capità una di quelle sere che sono venuti a trovarli – in treno, come altre volte - il Russo e la Maria che piande ogni volta e il Michel Luigi con la sua donna quasi nera. Che hanno fatto festa come d’abitudine. E si hanno contato le novità: della Teresa che ha sposato il Severi, del Fiore che l’è andato militare, del Michel che si è messo su un’officina in proprio e del Russo che l’ha riscattato la terra. E, immancabilmente, sono finiti a discorrere del paese. Quando i parenti se ne sono già andati da tempo e i brachi dormono nell’altra stanza, una di quelle sere, adesso che hanno un po’ di soldi e l’orto e la casa e insomma non è come quella volta della tempesta e della paura in mezzo all’espesso mato, ma è una sera d’estate gioiosa questa, quando hanno già scominciato a pensare al ritorno oltretutto, succede appunto che il Cància, nel bel mezzo di una crisi di tenerezza e di saudade, che i discorsi della giornata hanno contribuito a far lievitare come il pane sotto le braci, si prende la sua donna – perché così appunto gli par di affondare le mani nella sua terra e nel pane di casa - e lei lo lascia fare per il solito discorso della generosità e della pazienza e anche per questo nuovo profumo che percepisce nell’aria. E il corpo dell’Angela ricomincia a trasformarsi. E quando nasce quello che sarà l’ultimo figlio, e verrà chiamato Giuseppe, è il 7 novembre 1900.



3. Alberto. Buenos Aires, Argentina. Secondo decennio del Novecento


Alberto Busato trascorre alcuni anni in Argentina insieme al fratello. E’ nato ai Carcereri, una contrada di Cerro e a Buenos Aires esercita l’arte del muratore e la sera mette da parte qualche lira suonando la fisarmonica. Canzoni d’amore, ovviamente. Che abbiamo l’impressione di sentire in sottofondo quando leggiamo i passi seguenti di una lettera che egli scrive alla moglie:
“Carissima, quando ci rivedremo te ne conterò da ridere e da piangere.
In quanto a te lo credo che farai quanto puoi per me, si vede che l’amore fa ammore. In quanto a me non crederai che sia geloso, perchè sarei un vile se dubitassi del tuo amore: questo non ti metere nemeno per idea. Perchè se tu m’ami come di sovente le tue labra lo esprimono e contracambi al mio amore, ne sono certo; lo credo che i tuoi belli ochi e il tuo buon quore non mi tradirà; come tu pure puoi stare siqura di me, che nè le mulate e nè le bionde non mi farà cadere perchè amo solo che te, ti ò giurato amore e preferisco morire che essere machiato d’infamia. Ti ricordi l’ultima mattina che dormii nel nostro caro nido d’amore? Che mi dicesti che ti rincresce a levarti perchè non troverai un altro letto buono come questo? Eh, sì, avevi ragione, non lo poteva trovare sì buono per tutte le sue qualità. Non poteva, lontano da te, rifletere quei sogni d’amore, non poteva più dormire sulle piume e su quei bianchi cuscini che tu avevi tanta cura... Qui tante volte l’anno scorso se avessi potuto dormire sotto il portico del Bìtelo su la legna sarebbe stato un quartiere di Hotel... Ma tutto passa e ora che sto bene non mi sembrava che passai quella vita. Fortuna che non fui mai ammalato finora, si è che le tue preghiere vale a preservarmi da tutte le cose di male. Così io prego per te e la figlia che presto potremo vedersi assieme. Che ti giuro che qui non ò mai fato una cosa da far male. Cari, ma quel giorno che tornerò la volio fare! Volemo cantar e bevere fino che dovremo far il caffè con la cenere perchè la passa. E poi fino che viene domenica voliamo dormire, come le prime volte.
Bene, termino col mio scherzo inviandoti i più caldi baci a te e la cara figlia, contracambio i saluti a tutti e ricèvene un milione da me. Di nuovo saluti e baci dal tuo affettuosissimo marito Alberto Busato.... Ciò, tesoro, termino perchè son venuti a chiamarmi che vada a suonare con mio fratelo a far balar le mulate che dise che ne chiere mucho, che semo dos lindos moso che savemos tocar moi bien i bailar mecor. Ma te sta tranquila, che non le toco, volio solo che te, ciò”.



4. Paolo e Beppa. Iselin, Pennsylvania. 1910-1911


Il Paolo, che aveva tredici anni quando la sua famiglia era partita per il Brasile, dopo essere ritornato in Italia a fare il militare, era stato nelle miniere di ferro della Lorena. Nel 1909 si sposa con Giuseppina Zumerle e insieme vanno negli States. Il Paolo lavora nelle miniere di carbone di Iselin in Pennsylvania. Occupano il box 145.
Oltre ai roveresi c’è una decina di altri minatori nel box e dopo i primi giorni di ambientamento la Beppa regola e governa la vita lì dentro con la forza di un ciclone e la dolcezza di una piuma. Porta ordine e vita nella casa. Gli cambia i connotati a quei miners intorvati dalla fatica e in qualche caso già mezzo rovinati dall’alcool in cui annegano la loro solitudine sentimentale. Verrà chiamata d’ora in poi e per questo la Capitana. Si alza prima di tutti alla mattina. Va a fare la spesa. Cuoce la carne di bue e di maiale, pulisce i pavimenti, lava le robe. E, a una certa ora della sera, intona il rosario come quando stavano in contrada, perché, di qua o di là dell’oceano, siamo tutti cristiani. Tutti figli di Dio. Quando ha una mezz’ora da respirare e se è primavera, esce fuori, si dirige verso la collina, là dove c’è l’entrata della mina con le grandi travi di sostegno disposte a forma di trapezio, dà un’occhiata ai carrelli che escono carichi sulle rotaie, saluta con la mano quelli che incontra e poi s’inerpica e sparisce nel verde e torna con un mazzo di gigli di campo da mettere alle finestre del box 145. La Capitana sa tenere testa ai rissosi – li fulmina con gli occhi neri – e anche a quelli che rientrano ubriachi di birra e qualche volta, quando il Paolo è di turno, si provano ad importunarla.
Nel nome de Deus, cristiano, che ti sei scolato un intero gallone per annegare la tristezza di questa Merica e la tua sofferenza, che cosa vai cercando ora? Brancolando nel semibuio, barcollando tra le panche e la tòla? Che cosa, quale tormento si è affacciato all’improvviso tra le nubi della tua mente? Quale improbabile rapporto quale inverosimile porto hanno intravisto i tuoi occhi inebetiti, la tua bocca smorfiata, i pensieri tuoi tristissimi da esiliato? Nel nome de Deus lascia perdere, su, che non è cosa buona. Buttati a dormire, che domani sarà forse anche per te un giorno migliore.
Ed è in uno di questi giorni migliori che la Beppa e il Paolo si fanno la fotografia da far vedere al paese per significare quanto stanno bene là in Merica e anche quanto sono vestiti bene. Il Paolo si è fatto crescere i baffi, che sono palesemente ben curati. Porta la cravatta a due punte all’americana e un cinturone con la grande fibbia all’americana. La Beppa ha un cotolone di buona stoffa e di fattura gentile, con girocollo e leggermente pieghettato, che le arriva fino alle caviglie. I suoi capelli sono raccolti sulla nuca. Lo sguardo è intenso, come anche quello di lui, darèsto, che si intravede sotto le sopracciglia nere. Quando e dove sarà stata scattata questa fotografia? Dev’essere stato, appunto, uno di questi giorni migliori. Quando alla domenica ci si alza un poco più tardi del solito e si va alla messa alla Holy Cross Catholic Church in Barber Street e poi ci si ferma a bere una birra. Uno di questi giorni migliori in cui, dopo la messa, magari si prende il treno e si va fino a Pittsburgh a trovare i parenti. Oppure a Punxsutawney, la città dal nome delle similie in cui si è trasformato, bruciando, il corpo della giovane strega degli indiani Delaware. Dev’essere lì che il Paolo ha comprato la cravatta a due punte e il cinturone. Forse anche il vestito di lei. Dalla città si possono fare due passi e arrivare, presempio, fino a Walston. Dove c’è da vedere lo spettacolo dei forni del coke, che non ci sono a Iselin, dove il carbone viene estratto lavato e subito caricato sui carri ferroviari che lo portano in posti come questo.
Tanti forni come a Walston non ce n’è in nessuna parte al mondo: 476, per una lunghezza di due chilometri. Il Paolo, che ha alle spalle l’esperienza delle miniere di ferro in Lorena, sa tutto del coke e racconta alla Beppa dei tempi di cottura e degli uomini che salgono sulle coperture e dall’alto versano il carbone nei forni. Usano carri speciali, che si chiamano dinkeys e si muovono sulle rotaie poste al centro della doppia fila dei camini da cui fuoriesce il fuoco e il fumo. Gli operai riempiono un forno sì e uno no. Perché uno sì e uno no? Perché, verso la fine delle 72 ore, che è il tempo di cottura, si riempie l’altra metà, in modo tale che, preso tra due fuochi, il carbone fresco si accenda per autocombustione. I tempi sono tutto nel lavoro del cokeworker. Dopodiché in basso alla bocca del forno si spruzza con l’acqua il materiale già trattato per impedirgli di bruciare ulteriormente e con la carriola lo si porta ai carri ferroviari. Che è pronto di andare nelle grandi officine del mondo.
Nei momenti davvero importanti della vita i montanari prendono le robe alla lontana. Che è per dire che hanno presente fin da principio dove vogliono arrivare ma cercano in tutte le maniere di ingannare la meta. Come quando vanno su per un monte a zigghe zagghe lentamente lentamente passo dopo passo, che il monte non si accorge alla fin fine di essere violato.
E per questo il Paolo, davanti a quello spettacolo del cielo rosso e sulfureo che voi bevitori di vino sulla piazza di Roverè non vi potete gnànca immaginarvi, el Paolo tàca a spiegare alla sua Capitana la Beppa in lungo e in largo il lavoro dei cokeworkers di Walston e poi, siccome gli vengono in mente altri fuochi che ha visto in tutto il suo girare per il mondo, si mette a spiegare anche quelli. Che qui a Walston non è come al Morro Velho, dove basta triturare la pietra e lavar via il lordume e vien fuori l’oro e questo lavoro lo fanno le mulheres senza sfadigare tanto. E non è come in Europa, che se brusa el sasso per cavarne el ferro, che è un lavoro già molto ben più complicato. Che il problema l’è quello che da noialtri, su al paese voglio dire, se brusa el legno nelle gruabe per fare el carbòn. Tre giorni. E qua se brusa el carbòn per fare el carbòn. Tre giorni. Anche mio padre, ghe viene in mente adesso, l’ha fatto la queimada per tre giorni, quella volta che l’ha trasformà la foresta in campo, ma questo è un pensiero sotterraneo che non comunica alla Beppa e se lo tiene per conto suo. Che non vuole riscavare in questo momento nei tristi ricordi.
Sembra una cattedrale, dice il Paolo.
Che cosa?
La doppia fila degli ovens. Una cattedrale a due navate.
Le cattedrali sono molto più alte, osserva la Beppa.
E questa qui è lunga infinita, replica il Paolo.
Cosicché a un certo punto, e davanti allo spettacolo sublime e terrificante del cielo incendiato e reso piombo dal nerofumo, di fronte agli uomini seminudi che appaiono e scompaiono come ombre cinesi davanti e sopra la lunga infinita cattedrale del coke, in questo grande teatro che voi roveresi rimasti sempre nell’altro mondo non potete gnànca immaginarvi, voi che avete continuato a mungere le vacche e a portare il latte al bàito e a bere vino la domenica e le feste comandate sull’osteria della Piazza, la Beppa ha un’idea. Ed è quel che appunto voleva il Paolo prendendola alla lontana. Che avesse questa idea. Che questa era la sua meta. Questa idea che non è proprio un’idea, ma piuttosto un moto ancestrale dell’animo, un impulso che le viene dal suo essere ab saeculis donna madre, un pensiero-corpo, insomma, che si impone come sfida alle opere dell’uomo. Che si comunica al Paolo attraverso il fulgore degli occhi neri.
Bruciami. Dice lo sguardo di lei.
Bruciami. Fai di me la tua cattedrale, homen. Oh man. Io sono pronta a costruire il miracolo nella fucina del mio piccolo corpo. Questa è la sfida. Oven, mother, oven, oh man. Bruciami, hombre. Come la strega buona di Punxsutawney. Trasformami.
Dev’essere stato uno di questi giorni migliori. Perché, nelle settimane e nei mesi che seguono la Beppa gonfia la cupola del suo ventre – un evento che non è ancora visibile nella foto - e il 6 marzo 1911, poco meno di un anno da quando sono sbarcati, viene alla luce il miracolo, il Luigi, che sarà battezzato cinque giorni più tardi nella Holy Cross Catholic Church in Barber Street da padre Anthony Baron.



5. Ottavio. Moyeuvre-Grande, France. 1920


L’Ottavio, il penultimo figlio del Cància nato in Brasile nel 1895, arriva a Moyeuvre nel 1920, cioè all’indomani della prima seria crisi del dopoguerra dovuta a difficoltà nell’approvvigionamento del coke e se ne va l’anno dopo quando si sta addensando all’orizzonte un periodo di recessione. Lavora nelle miniere di ferro della zona.
I lessinesi non imparano la parola grève. Né communiste. Né propagandiste. Imparano la gara, che per loro non sarà jamais plus sinonimo di competizione, ma di arrivi e partenze. Stazione, gara. La Lorraine è la terra di quelli che scendono dai treni, di quelli che desmontano alla gara. Saranno già 40.000 gli immigrati, l’anno in cui desmonta l’Ottavio. Imparano l’usina, come d’ora in poi chiameranno ogni tipo di fabbrica. Imparano la mina, che all’Ottavio gli suona come l’aria di casa e dei giochi infantili, dato che è nato in una parte del mondo che si chiama Minas, appunto. Minas Gerais, Brasìl. Per quelli che scendono dal treno in Lorraine la cantina non sarà jamais plus il ripostiglio del vino e dei salami e del formaggio, ma la baracca della loro prima accoglienza, il luogo in cui si mangia e si dorme al termine del proprio turno di lavoro in mina. Perché adesso a Moyeuvre si fanno due turni, così che il lavoro è continuo e nelle barraques o nelle cantines si può dormire anche in due nello stesso letto, uno di giorno e uno di notte. Così come, chi ci è arrivato con la famiglia, gli basta anche due locali, uno per far da mangiare e un altro per ricoverarsi con i figli. Che stanno anche quattro in un letto, due alla testa e due ai piedi.
L’Ottavio, che per carattere è molto differente dai suoi due fratelli più grandi – el par de un’altra fameja - non si fa la fotografia da mandare al paese. Che non gli importa di quello che pensa il paese. E non si accoda alla penosa fila davanti all’ufficio postale alla fine del mese, perché i franchi preferisce spenderseli per conto suo. Diciamo ch’el gà el so bel temperamento, l’Ottavio. Che l’ha imparato per prime da questa lingua dei franchi due parole: le vin e la femme. E che allora, quando ha finito il suo turno, non manca mai di fermarsi al cafè della mina – un attimo soltanto, per carità – che sta proprio accanto all’uscita come se ce l’avessero messo apposta, e ce l’hanno messo lì apposta, sapendo che i mineurs hanno bisogno di lavarsi giù dalla gola e subito il tanfo di ruggine che hanno respirato per tutto il giorno. Che non è stato giorno, per loro, ma notte più nera di quella che tra poco li inghiottirà.
Vìn, dice, quando arriva il suo turno davanti al bancone della donna grassa e piacente, l’angelo ristoratore dei mineurs che ti riempie il bicchiere con un sorriso. Vìn. Una sola sillaba magica per una rossa cascata che ti allarga i polmoni e ti fa sentire ancora in vita. Perché? Perché ti ricorda la vigna e l’aria e il sole dell’Arzare, ecco perché. Vìn. Strucàndosi il cappello in testa e allisciandosi i baffi di bell’uomo sui venticinque anni. E rispondendo con una smorfia maramalda al sorriso dell’angelo ristoratore. Perché. Perché Dio mi ha concesso ancora una volta benevolmente di uscire dal buco di merda, oh merde, in cui ti costringe ogni giorno il legittimo e onesto ed encomiabile impulso a fare i quattro franchi.
Vìn, ripete. Perché la nostalgia della casa dell’Arzare e della vigna e dell’aria e del sole improvvisamente gli ha fatto venir su un gropo alla gola, che ha bisogno di rimandare giù con calma e con rassegnazione al suo posto. Vìn. E si siede - un attimo ancora, per carità – si siede a un tavolo di sapin in tutto uguale a quello della mina dove ha consumato il suo rancio del mezzodì senza sole e adesso che gli sta scominciando a venir su dalle buèle questo gropo e questo fantasma decide di annegarlo una volta per tutte nel vìn. Perché il suo problema, il problema dei problemi dell’Ottavio seduto al tavolo di sapin con il suo bicchiere di vìn in man, l’è questo fantasma. L’è questa memoria. Il problema dei problemi l’è che lui, quando si è sistemato in uno dei putridi anfratti di mattoni rossi lungo la via che porta sulla collina della vecchia mina, lui, quando l’è entrato per la prima volta nel nero della mina, lui, quando l’ha tirato le prime picconate, lui, quando l’ha fatto scoppiare la prima carica e quando gli altri hanno scominciato ad avere paura, lui ha scominciato a pensare d’essere tornato alla guerra. Ha scominciato a pensare che la vita è una guerra continua per noi disgraziati. Ieri nelle trincee del Carso, oggi nella mina.
Vìn, ripete. Vìn. Per annegarci l’incubo della guerra-trincea e l’orrore della mina-tomba. Che questo soltanto è la guerra e questo soltanto è la mina per noi disgraziati.
Vìn, ripete. Sapete, signori, che cos’è la mina? Lo sapete perdìo? Che è come addentrarsi in un corpo umano, ecco cos’è, passando per la bocca e arrivando allo stomaco e raggiungendo le viscere e lì darsi da fare le otto ore prima di essere cagato fuori ancora una volta se Dio è stato compassionevole, sporco di merde dalla terra ai piedi. Che è come una lotta in trincea contro il nemico dove, una volta che hai scominciato il tuo turno di pic e di pelle e di explosif, il nemico ce l’hai sulla testa altroché, sempre incombente, non di fronte come può essere in guerra, ma proprio sulla testa, a qualche centimetro dalla tua testa e non come almeno sarebbe da cristiani un poco più in alto, ma proprio così, che ti tocca di curvare la schiena per schivarlo, il nemico numero uno: che è il plafòn. Il plafòn, putain. Il muro di terra e roccia che ti può strozzare da un momento all’altro cadendo. Quando esplode una carica d’explosif, presempio. O anche all’improvviso senza una vera e propria ragione. Così, per destino. Diciamo presempio che c’è stata un’infiltrazione d’acqua e chissà da dove è venuta. Diciamo presempio che c’è stato un effetto a domino verticale, che cade uno strato e giù tutti gli altri. Fatto sta che il plafòn l’è cattivo e a tal punto crudele da seppellirti prima di morire, putain. Capace di intombarti vivo, merde. Di sassinarti stofegato. Di sbrindellarti, quando nella disgrassia sei fin troppo fortunato e allora ti capita che il plafòn con tutta la sua stupidamente precaria impalcatura ti porti via, che so, un brasso. O una gamba o una recia, putain. Putain putain putain. E merde. E tutto per mettere via i quattro franchi.
Vìn, ripete, e sarà mica vita, pensa. Che allora lui, l’Ottavio, per fare fronte all’insostenibile cupezza dell’essere del minatore, che gli ricorda troppo da vicino il tanfo di morte, i corpi disarticolati, le gambe tagliate dalla mitraglia, il ventre sbudellato – quando era ancora poco più di un ragazzo, ero un butèl, lo capite? quando per la prima volta ho visto l’inferno – e così per farci fronte all’inferno ha imparato molto precocemente la dolce ebbrezza del vìn e anche l’ebbrezza di quell’altra parola magica di questa lingua dei franchi: la femme. Questa è la verità, putain. Le vin. E la femme. La fàm, el vìn. Per dimenticare l’inferno. Femme in francese si pronuncia fam, come fame. E così come la gara non è una gara e la cantina non è una cantina, anche la fàm è una fame diversa da quella che conoscono all’Arzare. E tra le braccia di questa fàm l’Ottavio annega gli incubi e gli orrori della sua vita. Qualche sera, qualche sabato sera, in altre luride bettole di questo paese di mine. Con i quattro franchi che non ha proprio nessuna intenzione di mandare al paese. Fàm, spandi il tuo corpo infinitamente liscio e tenero sul mio ruvido di sopravvissuto. Sulle ferite del mio animo nero. Sulla trincea del mio corpo. Fàm, dammi un nido dove riposare. Fàm, un coup de vin, s’il vous plaît? Oui? Oui. Un autre? Un autre. Che ognuno ha un suo destino e questo è stato il mio destino.



6. Mary. Griffith, Australia. 1929-1938


Mary Baltieri, figlia di emigranti di San Mauro di Saline, era nata a Griffith nel 1915, nel nascente sobborgo agricolo di Yoogali. A quattordici anni, nel 1929, conosce un giovane roverese sbarcato da poco in Australia, Giuseppe Piubello, che diventerà in seguito il suo sposo. Quando era partito, Giuseppe “Joe” Piubello non aveva alcuna intenzione di trasferirsi definitivamente nel nuovo continente.
“He came to Australia to earn money to go back to Italy after two years – scrive Mary - to enlarge their wine and vegetable shop, as he was told there was a lot of work”. Era venuto per guadagnare dei soldi, intenzionato a ritornare dopo due anni al paese dove li avrebbe investiti in un negozio. Una storia tipica. Gli avevano detto che in Australia c’era parecchio lavoro, ma il primo impatto non corrisponde assolutamente alle aspettative. Sul finire degli anni Venti, infatti, anche il nuovo continente è investito da un vasto fenomeno di recessione, che porterà ad adottare temporaneamente alcune misure restrittive molto simili a quelle già in vigore da tempo negli Stati Uniti. Ad Adelaide, dove è sbarcato, Joe non trova lavoro. Dopo varie traversie dovute soprattutto alla mancanza di conoscenza della lingua, avviene l’incontro con i primi compaesani. Viene indirizzato a Kayuga, qualche centinaio di chilometri da Sydney, dove gli è stato fissato un appuntamento con Jack Corradi dei Comparoni. Prende il treno, ma arriva troppo tardi: “Finally the train arrived at Kayuga at 10 o’clock at night. It was raining fairly heavy. No light anywhere at the station and no one was there to pick him up”. Il treno è arrivato a Kayuga alle dieci di sera. Piove a dirotto. E’ buio pesto e non c’è nessuno ad attenderlo. Joe esce dalla stazione. Si siede sotto un albero. Si tira addosso una coperta per ripararsi dalla pioggia. E piange: “He started to cry”. “He started to cry and thougt to himself is this that I get to come to Australia”. Sono venuto per questo in Australia? Questo è il paradiso di cui discorrevamo all’osteria di Roverè e nei filò della sera? Joe si accende una sigaretta.
E come nelle favole – e forse anche questa è una favola, filtrata dallo scorrere del tempo e dall’affetto di Mary – a questo punto: “He heard a horse and cart galloping down the road”. Sente un cavallo che galoppa lungo la strada. Sente il rumore delle ruote di un carro che si ferma poco lontano. Nel muro di pioggia intravede una donna. Che viene verso di lui.
Ho visto la luce della sigaretta, dice la donna. Ho pensato che tu sei Piubello, dice l’angelo sceso dal carro nella notte nera e tempestosa di Kayuga. Sei Piubello, sì?
Sono Piubrutto, risponde con sarcasmo Joe. Sono Piubrutto di quanto gnànca potete immaginarvi, signora.
Sono venuta per conto di Jack, dice lei. Ti prega di scusarlo. Ti ha aspettato per tutto il giorno ma alla fine era troppo ubriaco per venirti a cercare. Andiamo a casa. Cambiati i vestiti che sei tutto inzuppato. Bevi un bicchiere. Bevine un altro, su. Mettiti questa coperta calda. E trascorrono la notte bevendo vino fino al mattino.
“I believe everyone had a headache next day”, commenta Mary. Credo che avessero un bel mal di testa il giorno dopo. Passata la sbronza, Jack fa presente che anche a Kayuga non c’è molto lavoro. Bisogna trasferirsi ancora una volta e l’occasione si presenta qualche settimana più tardi, quando viene a trovarli il giovane Vic Guglielmini, figlio di un roverese che era stato uno dei primi tre miners italiani trasferitisi a Griffith nel 1913. Ha una farma bene avviata e nei momenti di punta della stagione agricola ha bisogno di braccia, soprattutto da quando non c’è più suo padre, che è morto sette anni prima in un incidente mentre stava aggiustando l’impianto di irrigazione della sua campagna. Jack e Joe si trasferiscono a Griffith ed è lì, tra la vasta schiera di amici e parenti, che Mary incontra per la prima volta l’uomo della sua vita: “That is how I came to know him”.
L’amore adolescente. “Joe asked me if I can help him to learn english…” Joe mi chiese se potevo aiutarlo a imparare l’inglese. Un giorno ero sola in casa. Venne e mi domandò se volevo tagliarmi i capelli. Io dissi sì. Come ricompensa chiese “a kiss from me” e con quel bacio ebbe inizio “our romance”. “We used to write notes to each other”. Ci mandavamo l’un l’altro dei bigliettini. C’era un albero di limoni ai confini del prato. Sotto l’albero una lamiera. Sotto la lamiera nascondevamo i nostri messaggi, fin che un giorno mamma scoprì il nostro segreto. Le dissi che Joe mi aveva chiesto di stare con lui. “She said yes, only if I got pregnant to kome home and pack up my clothes and leave home. I told, mum, it will be all right…”. Lei disse sì, solo che se fossi rimasta incinta avrei dovuto far su i miei vestiti e lasciare la casa. Io le risposi, mum, stai tranquilla, che andrà tutto bene. Lei mi proibì di frequentarlo.
I due si vedono di nascosto per alcuni anni. Per esempio il sabato sera, al cinema. Mary ci va con la mamma. Qualche volta prendono posto in platea, “downstairs”, altre volte in galleria, “upstairs”. E quando si spengono le luci, se la mamma è upstairs, lei scivola giù di sotto dove incontra il suo Joe. E viceversa. Al buio si tengono mano nella mano e si scambiano le promesse e i baci, a tal punto immedesimati nella loro storia da dimenticare del tutto quella che va dipanandosi sullo schermo e che purtroppo prima o poi finisce mentre la loro è come si sa infinita. Così si riaccendono le luci e Mary si è dimenticata di tornare in tempo utile accanto alla mamma, che li vede uscire insieme dal cinema. Lì per lì mum non dice niente. E’ una donna seria la signora Baltieri e rifugge da qualsiasi piazzata. I panni sporchi si lavano in casa. E quando si arriva a casa, sono botte. Cinghiate, per la precisione: “Sometimes mum used to see us coming out together. She didn’t say anything there, but when we got home she used to belt me for going out with Joe”. E così “I told, mum, you can hit me as much as you like, but I am not leaving him. I’ll wait until I am 21, then I can do as I like”. Mi puoi picchiare, mum, quanto vuoi, ma io non lo lascerò. Quando avrò ventun anni farò quello che voglio. Le storie si sovrappongono, come si vede, da una parte all’altra del mondo. Se non mi lasciate sposare il mio Severi me ne andrò di casa e non mi vedrete mai più, aveva replicato la quattordicenne Teresa in Brasile al Cància e all’Angela inorriditi. E l’amore aveva prevalso, come prevale anche questa volta qui in Australia trent’anni più tardi.
L’amore della maturità. Mary e Joe tornano a rivedersi in casa. Lei ha ormai quasi vent’anni e lui trenta. E’ giunto il momento di fare progetti per il futuro. Tra un anno o due ci possiamo sposare. Sì. Ma ci vogliono soldi. Bisogna pensare a una casa nuova per i bambini che verranno. E la voglio grande, dice Mary. E con una farma tutta nostra, sottolinea Joe. Bisogna guadagnare di più, ma come? Per esempio, andando a lavorare nel Queensland: “He said he would like to go to Queensland to cut sugarcane. The money was good, but hard work. He did go up there”. Joe va a tagliar canna, duro lavoro ma ben retribuito, e ritorna con i risparmi. Va a lavorare nelle farme di altri italiani e a tagliare legna per l’ospedale di Griffith. Con l’aiuto dei vicini si costruisce una casa. Dividendo le spese e soprattutto i debiti con l’amico David Pericolosi, compra una farma di 51 acri a Yoogali. Oltre sessanta campi.
E finalmente i due giovani possono coronare il loro piccolo grande sogno d’amore. Joe Piubello e Mary Baltieri si sposano alle 9.30 della mattina del 10 luglio 1937. Mary è incinta di due mesi. Mum ha dato la sua benedizione.
Si fa una grande festa, di quelle che si ricordano poi per tutta la vita. Il 27 gennaio 1938 viene alla luce, con l’assistenza della midwife e di mum, a little tiny baby girl, che chiamano Eileen.



7. Maria e Fini. Montorio. Anni Cinquanta e Sessanta


Mio padre e mio zio con le relative consorti avevano comprato a Montorio l’Osteria dell’Impero, dove io sono nato, un ritrovo miserabile nonostante il nome altisonante. Per anni restò sul muro la scritta sbiadita e malinconica che denotava l’irrisione delle loro vite. Osteria dell’Impero. Dove, quelli che erano rotolati giù da Roverè e dai dintorni, si ritrovavano alla sera per bere un bicchiere, qualche bicchiere in più il sabato sera, quelli che non avevano osato andare troppo lontano oppure erano ritornati dopo un periodo all’estero come mio padre. Alcuni vivevano in baracche di legno, come i nostri che erano emigrati in Lorena e nel Belgio. Avevano fatto e facevano una vita di fatica, di stenti, di umiliazioni, di sofferenza. Ne sognavano una migliore per i figli e questo lo si capiva da un fatto minimo e che a qualcuno potrà sembrare una patetica invenzione letteraria. Avevano una passione sterminata per la musica. Mio padre e mio zio e tutti quelli che frequentavano la famosa sgangherata Osteria dell’Impero, dopo un bicchiere di vìn, dopo due o tre bicchieri di vìn se era il sabato sera, suonavano e cantavano. Cantavano Parìs, perché qualcuno di loro l’aveva conosciuta e aveva conosciuto come l’Ottavio anche le fàm de Parìs. Cantavano le opere che non potevano permettersi di andare a vedere in Arena. Cantavano Lucean le stelle e All’alba vincerò, coscienti che loro non avrebbero mai vinto niente, poiché le loro vite erano state piantate irrimediabilmente tra i castagni della Lessinia e avevano deciso di non allontanarsene troppo sia in senso fisico che nelle abitudini e nello stile e nei modi d’essere in quel mondo che stava cambiando. Ma, alleluja, che fin da bambini avevano cantato anche la gloria in excelsis Deo, alleluja alleluja, che loro, gli orgogliosi e pacifici e rudi e pii homeni della montagna, avevano avuto comunque il coraggio di sradicarsi e di fare una gruabe o una queimada sotto il cielo per regalarci a noi della generazione successiva un’alba nuova. E questo lo dicevano con le canzoni e con la musica. Parlami d’amore Mariù. Mio zio suonava il violino e mio padre il mandolino. Dimmi che illusione non è. Fiamme di sogno scintillano! Ed entrambi, el Mario e il Fini, avevano negli occhi l’ardore del Cància quando era sbarcato al Brasìl e la determinazione del Cristano quando aveva dato l’assalto ai campi di Velo. E la Maria dalle Grobbe aveva la bontà dell’Angela – e la stessa paura dei temporali - e l’energia e la dolcezza della Beppa detta la Capitana, sebbene i suoi occhi non fossero neri ma azzurrissimi come un’acqua di risorgiva. Non ti fulminava con lo sguardo. Con lo sguardo ti abbracciava forte. Mise alla luce sette figli con generosità e pazienza e tutti li amò più del suo corpo squassato e più di tutto al mondo. E anche se non c’erano mai piatti a sufficienza e companatico bastante e non c’erano scarpe per tutti e le braghe erano rattoppate, in casa della Maria i fiori alle finestre non mancavano mai. Erano una componente di quella musica e di quelle canzoni che dicevo. Splende un sorriso di stella negli occhi tuoi blu. Maria. Mariù.
Io sono nato dunque al di qua dell’oceano. Appartengo forse all’ultima generazione di quelli che in quel piccolo mondo rotolato giù dalla Lessinia sono nati al di qua dell’oceano. E sto parlando dell’oceano del tempo. Appartengo all’ultima generazione di quelli che hanno potuto vedere la riva da cui i loro padri e i loro nonni erano partiti.
Mi hanno raccontato che la sera in cui la Maria dagli occhi azzurri mi scaraventò nel mondo dalla stanza di sopra dell’Osteria dell’Impero mi portarono giù di sotto in mezzo alla tòla e mi diedero da assaggiare il vìn per prima cosa. Mi hanno raccontato che ho incominciato a camminare inseguendo una noce che avevano fatto rotolare sul putrido pavimento tra i tavoli e il bancone.
Andavo scalzo sulle strade polverose e nei fossi quando le sorgenti si seccavano per una sùta estiva di parecchi mesi, prendevo gli uccelli con la rete, pescavo le trote argentate e i piccoli pesci quasi piatti che strisciavano sul fondale dei rivi e dei laghetti. E le anguille che conoscevano le storie degli oceani. Nell’acqua ho specchiato le mie ansie le mie speranze i miei sogni le mie disillusioni. Dimmi che illusione non è.
Ho visto piàndere mia madre come l’Angela perché non c’era latte sufficiente per i figli e dunque so anche esattamente che cosa provava l’Albino quando vedeva piàndere sua madre. Ho recitato il rosario ogni sera. Ho visto el Fini tornare stracco dalla fatica di tirar su la nuova città che stava nascendo in quegli anni e immergere i piedi nella brentella d’acqua che la Maria gli faceva trovare sempre ogni sera per liberarsi dall’eczema del cemento, che è presso a poco fastidiosa come i bichos de pè del Brasìl.
E comunque alla sera, prima di andare a dormire, io mi ricordo ancora che ad ogni modo c’era sempre un bicchiere di vìn con gli amici e una suonata di mandolino e di violino, cosicché mi è rimasta dentro l’idea che il mondo, il mondo con tutte le sue ignobili miserie, possa essere percepito almeno da un qualche punto di vista e almeno di tanto in tanto come un incanto e come un canto, con le modalità infinite dell’acqua che scende nel Progno e di quell’altra che si inabissa e riaffiora dove sono nato e dove ho passato l’infanzia e la fanciullezza.
E poi un giorno, un giorno sono andato al di là dell’oceano del tempo.
E devo dire grazie a quelli che avevano avuto il coraggio di sradicarsi – grazie a quei vecchi che avevano costruito il ponte tra l’al di qua e l’al di là – grazie a quelli che avevano continuato a cantare mentre si sradicavano – e che adesso, nel momento in cui io mi accingevo a passare su questa riva del tempo odierno, alleluja, alleluja alleluja, battevano le mani, mi dicevano bravo, vai, vai, che le fiamme di sogno scintillano! Lascia qua il derlo, lascia qua el paròl. Lascia qua le sgàlmare, che ti abbiamo comprato un paio di scarpe nuove. Vai a Parìs. A Novaiòrche. Se proprio, ti puoi portare, per ogni evenienza, i dolci baci di tua madre e il senso dell’acqua e della sua meraviglia e l’odore di bosco e di tabacco della tua nonna. Se proprio. E per ogni evenienza.
Ho salutato i miei vecchi e sono andato a Paris. A New York. E davanti ai grattacieli di New York mi sono inginocchiato e ho pianto d’orgoglio e di passione, perché sapevo che questo mondo al di là degli oceani era stato costruito da quelli che erano nati al di qua, da gente come mio padre che suonava il mandolino e mio zio che suonava il violino. Che io le sentivo le note, in sottofondo, mentre me ne stavo inginocchiato davanti ai grattacieli in adorazione dell’opera maestosa delli pii e generosi e rudi homeni, che erano stati capaci di possedere la terra, di amarla e di traformarla, di sopra e dentro le viscere. E tutto quello che io ho visto al di là degli oceani ora io me lo porto dentro come una risata infinita di Dio.



8. Filò in internet. 2004-2006


Ho ricostruito queste storie di emigranti lessinesi soprattutto navigando. In internet. Virtualmente sono sbarcato nei principali porti del mondo superando anche la categoria del tempo. Sono arrivato a Rio de Janeiro, ho attraversato la città e sono salito sul treno che portava a Juiz de Fora. Mi sono immerso nella folla di Buenos Aires. Sono stato segnato con il gesso a Ellis Island. Ho raggiunto Iselin con il Paolo e la Beppa e quando è nato il loro primo figlio io ho assistito al suo battesimo nella Holy Cross Church di Barber Street. Sono sbarcato ad Adelaide in Australia. Sono sceso in tutte le miniere del mondo. Di sito in sito ho incontrato amici, parenti e sconosciuti discendenti di emigranti lessinesi. Ognuno raccontava la sua storia, le sue emozioni. Dichiarava le proprie generalità, si informava del tempo al di qua e al di là degli oceani, partecipava agli altri le piccole e grandi gioie e le piccole e grandi sofferenze della propria vita. Si esprimevano in portoghese i brasiliani, in spagnolo gli argentini, in inglese gli australiani, in francese i francesi.
E così anche noi come i nostri antenati stavamo facendo il nostro filò. Un filò in Internet. A questo filò avevano partecipato all’inizio poche persone, poi divennero dieci, poi cinquanta, poi cento. La comunità dei lessinesi nel mondo, collegati fra loro via internet, cresceva di giorno in giorno. Ero orgoglioso di questo. Ero orgoglioso della mia gente.
Mentre le voci si moltiplicavano sugli schermi dei computer, da qualche parte sorgeva il sole e da qualche altra parte era notte fonda e stava cadendo la neve. Da qualche parte si potavano le viti e da qualche altra parte già il vino fermentava nei tini. E le parole che venivano da tutte le parti del mondo e che a volte sulle prime mi apparivano incomprensibili, finivano dopo un poco per diventarmi famigliari. C’era aria di casa in quelle voci. C’era il caldo della stalla che nelle sere d’inverno spingeva i vecchi e i giovani e le donne e i bambini a radunarsi e a discorrere insieme delle stagioni, dei raccolti e del loro futuro. Una volta. C’era una volta. Ci fu un tempo. Cominciavano così le storie più belle che si raccontavano nei filò della sera. Verso l’ora più tarda entrava in scena un personaggio misterioso, che non si sapeva da dove venisse né dove avrebbe passato la nottata. Bussava alla porta della stalla quando già i bambini si erano addormentati in braccio alle madri. Chi sei, forestiero, e come sei capitato dalle nostre parti?, lo interrogava così il più anziano del filò. Vengo da lontano, ho camminato per giorni e giorni, ho passato le notti nei fienili, ho visto qui una luce e ho bussato, rispondeva il foresto. E il vecchio del filò allora gli diceva siediti su questo scranno dato che sei piuttosto provato dal viaggio e bevi un gòto de vìn e magna una gròsta de polenta e dopo che ti sarai riposato e rifocillato quanto basta ci conterai del mondo lontano che hai visto e delle cose che capitano laggiù. Il misterioso si sedeva, mangiava, beveva e poi tacàva a contare la sua storia. C’era una volta. Ci fu un tempo. Discorreva, il foresto, di eventi straordinari, che avevano per protagoniste creature altrettanto straordinarie come orchi, fade, anguane, genti beate e basilischi. Quando arrivava alla fine del suo racconto, si dissolveva nell’aria, lasciando vuoto il suo scranno e suscitando in tutti quelli del filò il dubbio profondo e irrisolvibile. Avevano parlato con un uomo in carne e ossa o l’avevano soltanto sognato? O quello che sulle prime avevano scambiato per un uomo era in realtà una delle creature dei suoi stessi racconti?
C’era una volta Babele, digitò ad un certo punto qualcuno, interconnettendosi in rete con la comunità dei figli di coloro che erano andati ad abitare il mondo e che oggi parlavano lingue diverse. Babele significa porta di Dio, scrisse.
Genesi, 11. Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono.
Si dissero l'un l'altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento.
Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra».
Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo.
Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro».
Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città.
Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.
Questo scrisse l’ospite nuovo della nostra comunità di interconnessi. Ricordava a tutti noi che fin dai tempi dei tempi era accaduto agli uomini di andare raminghi per il mondo, lasciando i loro paesi e le loro contrade. La storia del nostro piccolo popolo non faceva che ripetere altre storie del passato. E non faceva che anticipare le storie del presente, in cui el paese dorado è diventato il nostro. Si tratti d’America o d’Europa, di bianchi o di neri, c’è sempre nel principio di ogni storia una Babele abbandonata. La nostra Babele era stata la Lessinia.
“Es hatte aber alle Welt einerlei Zunge und Sprache”. Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dalle regioni germaniche del Nord alcuni uomini capitarono su queste montagne e vi si stabilirono. Si dissero l'un l'altro: «Venite, facciamoci le nostre Hütten di legno e ricoveriamoci i nostri animali e le nostre spose e i nostri figli”. Non era così che tutto aveva avuto inizio?
Mi permetto però di osservare, scrissi in risposta al nuovo ospite della comunità interconnessa, che c’è una differenza sostanziale tra gli eventi capitati agli abitanti di Babele e quelli che hanno visto protagoniste le nostre popolazioni. Noi, tanto per cominciare, non stavamo costruendo nessuna torre. Non volevamo sfidare il cielo. Volevamo soltanto vivere in pace. Non vedo alcun motivo per cui Dio dovesse punirci, confondendo le nostre lingue e disperdendoci per il mondo.
Infatti, replicò l’ospite. Dio non vi ha voluti punire, come del resto non intendeva punire l’orgoglio degli abitanti di Babele. Dio, sempre, ieri, oggi, domani, ha avuto e avrà pietà degli uomini. Per questo e per amore ha moltiplicato le loro parole. Perché trovassero un nome per ogni cosa.
Forse è così, scrissi. Nel nostro giovanile furore, quando con i sogni ci si dava da fare per cambiare il mondo, avevamo troppo a lungo contemplato la faccia oscura della luna. Avevamo pianto i nostri morti sulle navi della disperazione e denunciato l’ingiustizia e la stoltezza dei governi. Avevamo raccontato la sofferenza e il dolore, la paura dell’ignoto e l’orrore. La trama della storia era tessuta di questi fili, certamente. Ma dall’altra parte della luna oscura c’era la luce, c’erano i nostri nomi sulle vie delle città, c’erano i monumenti che ricordavano the pioneers, i pionieri di Griffith ma anche quelli di Juiz de Fora e di Morro Velho e di Buenos Aires, c’erano i ponti sugli oceani che i nostri vecchi avevano costruito. E c’era questa sorprendente comunità intercontinentale di navigatori in internet, che rivendicava con gioia le proprie radici comuni e riversava sugli schermi le più diverse emozioni.
E’ possibile, oggi, ritornare a Babele?, scrissi.
Non venne alcuna risposta. L’ospite era sparito, come nei filò di un tempo. E a questo punto io non saprei dire se l’avessi soltanto sognato. Mi rimaneva nell’animo il desiderio che avevo espresso con quell’ultima domanda: ritornare a Babele. In un certo senso, pensavo, questo luogo dei luoghi, questo tempo dei tempi, in cui si svolge il nostro filò, da una parte all’altra del mondo e in lingue diverse, assomiglia a Babele. Siamo andati su tutta la terra, ci siamo dispersi, abbiamo nominato ogni cosa e oggi possiamo ritrovarci. Il problema è capirci, riconoscerci, sognare insieme. Scoprire la bellezza infinita dei toni dissonanti che compongono la musica delle anime del mondo. Quando sentiremo questa musica, solo allora avremo varcato la porta di Dio.


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