L'Arciprete - estratto  

Fioravante Corradi aveva quindici anni nel 1894. Oggi un quindicenne è soltanto un ragazzo, ma all’epoca Fioravante è già un uomo, con una forza da leone e i crampi della fame allo stomaco. Emigra in Brasile e torna a Roverè sette anni dopo. Evidentemente non ha avuto molta fortuna; è riuscito a vivere. Due anni più tardi riprova con la Francia, dove resterà per tre anni. Ritorna per un anno e di nuovo è in viaggio, questa volta per la lontana Australia, dove resterà 14 anni.

Agostino Garonzi era nato nel 1894. A quindici anni anche lui, nel 1909, era partito per gli Stati Uniti. Ritornato cinque anni dopo si era recato in Piemonte a fare il contadino. Nel 1929 si era sposato con la ventunenne Emilia Canteri, che a 17 anni era stata a far la domestica a Gallarate. Nello stesso anno si erano sposati: Giulio Erbisti, che dai 14 ai 17 anni aveva lavorato in Germania; Edmondo Fiumini, che era andato in Australia a 23 anni e vi era rimasto tre anni. E Arturo Scardoni, che era emigrato in Francia a 19 anni.

Nel 1930 si risposa, dopo essere rimasto vedovo, Elfidio Guerra. Lui è stato in Australia dai 25 ai trent’anni e la sposa a 17 anni è stata a servizio a Montorio.

Giuseppe Corradi, invece, è nato direttamente in Brasile, a Faria di Muroveglio, il 7 novembre del 1900. Di lì a 24 anni è partito per la Francia, a 26 lo troviamo in Australia e a 31 arriva a Roverè, da dove erano partiti i suoi genitori e dove si sposa con Angelina Piubello. Nel 1931 il carrettiere Quirino Erbisti sposa Giulia Guerra, che è nata in Brasile, a San Sebastiano del Paraiso.

Tra il 1929 e il 1933 don Antonio Quarella celebra una media di dieci matrimoni all’anno. La metà degli sposi ha alle spalle esperienze di emigrazione negli Stati Uniti, in Brasile, in Australia, in Piemonte, maturate in età per lo più giovanissima; mentre molte spose, alla medesima età, hanno lavorato come domestiche presso signori lombardi e veneti. Dopo i pionieri dell’ultimo ventennio dell’Ottocento, costoro costituiscono una seconda generazione di emigranti. I primi, come i genitori di Giuseppe Corradi o di Giulia Guerra, erano partiti alla cieca, fidandosi di procuratori senza scrupoli che promettevano il paradiso e spesso ti facevano precipitare in un inferno quasi peggiore di quello di casa. Tra costoro ci sono quelli che si ammalano sulle navi e non arrivano neppure alla meta, quelli che sono costretti a fare una vita da schiavi nelle piantagioni, quelli che si dedicano al vagabondaggio e all’accattonaggio suonando la fisarmonica o la chitarra, quelli che riescono fortunosamente a ritornare più disperati di prima, e infine i pochi che realizzano per sé e per i figli una vita migliore, fatta di fatica, di orari bestiali nella costruzione delle ferrovie, di picconate nella notte delle miniere, di lavoro nei campi assolati, ma sempre lavoro, sempre più vita della non vita di Roverè.

Gli emigranti di seconda generazione, a parte qualche balordo che va via di casa senza alcun progetto, sconsideratamente, sanno dove andare e hanno un’idea di che cosa li aspetta. Le informazioni vengono da quelli che ce l’hanno fatta, parenti, amici e conoscenti. Ci sono aziende che, dopo una buona esperienza con qualcuno dei nostri montanari, assumono volentieri fratelli, cugini, figli e persone raccomandate da quelli già impiegati. La Rochester & Pittsburg Coal Company, nel libro “The first one hundred years”, uscito nel 1982, sottolinea con orgoglio questa politica “famigliare” e pubblica tra gli altri i nomi di un nucleo di dipendenti di Roverè che hanno lavorato nelle miniere di Lucerne: Tullio Garonzi dal 1912 al 1953, i figli Bruno e Remo e il nipote Tullio, che è stato assunto nel 1977 e vi lavora ancora all’epoca di pubblicazione del libro. Questi si sono accasati a Pittsburg. Altri, come Domenico Garonzi, che a Pittsburg è andato due anni dopo il primo Tullio a lavorare nelle miniere, probabilmente nelle stesse miniere della Rochester, vi è rimasto per 19 anni ed è tornato a Roverè per sposarsi nel 1933. Chi partiva per restare, chi tornava per sposarsi, chi tornava perché riteneva di aver messo da parte il sufficiente per comprarsi qualche campo o un negozietto nel paese natale.

All’inizio degli anni Trenta si dirada il flusso di quelli che raggiungono i loro compaesani in Brasile, negli Stati Uniti e in Australia e c’è invece una terza generazione di migranti: quelli che partono con in tasca, accanto al passaporto, un contratto di lavoro a tempo determinato. Le loro mete sono la Francia, che richiede obbligatoriamente il contratto, vistato dal Ministero francese del Lavoro e dalla Regia Ambasciata Italiana di Parigi, e poi il Belgio, la Germania, la Svizzera.

Nell’archivio comunale di Roverè si trova un “Elenco degli operai disoccupati e nullatenenti che avrebbero bisogno di emigrare all’estero”, compilato il 30 gennaio del 1930. Sono 26 ed hanno tra i 19 e i 42 anni. Tra di loro ritroviamo alcuni di quelli che erano partiti e ritornati precedentemente, che avevano lavorato nelle miniere di ferro e di carbone di mezza parte del mondo, accanto ad altri che vorrebbero tentare l’avventura per la prima volta. La maggior parte sono celibi, alcuni hanno dai due ai cinque figli. Tutti sono in attesa di proposte di lavoro, che arrivano tramite i consolati europei. La belga S. A. Charbonnages de Beeringen cerca operai dai 21 ai 49 anni, da assumere a cottimo per un anno ad una paga che va dai sei ai sette franchi belgi. E il 14 aprile alle ore 16 si presentano alla Stazione di Porta Nuova nove operai scelti dall’elenco dei “disoccupati e nullatenenti”, che partono sapendo quale sarà il loro lavoro e anche quanto verranno pagati. Così i nostri montanari vanno all’estero con la stessa facilità – si fa per dire - con cui per anni sono andati a Montorio, a San Martino Buon Albergo o a San Giovanni Lupatoto, in Lombardia o in Piemonte. La motivazione resta quella di sempre: la fame.

Si va via con un contratto a termine, sognando la patria lontana oppure augurandosi di non tornare mai più in quella che viene percepita da alcuni come una terra desolata, il paese fetente delle beghe tra fascisti e tra fascisti e rivoltosi che ti ha dato i natali. Il 16 settembre del 1929 Mariano Zambelli è partito per lavorare nelle miniere dell’Est della Francia e già un anno dopo scrive per farsi raggiungere dai famigliari a Sain-Michel de Maurienne in Savoia. Quando la partenza costituisce una scelta definitiva, si vende tutto, il campetto, la casa, la stalla, contribuendo così anche ad una parziale ricomposizione delle proprietà che storicamente risultavano frammentate all'inverosimile e non più in grado di garantire la sussistenza nel tempo delle macchine e della concorrenza allargata. 

Si va, qualche volta, a morire. Il 12 aprile 1933 raggiunge la patria beata dei cieli Egidio Bellomi, in seguito a grave ferita riportata mentre lavorava alle dipendenze della Societé Thionvilloise de Ciment di Distroff, dalle parti di Metz, in Francia. La moglie adorata chiede una pensione allo Stato francese. Si va, portando nel cuore i parenti lontani. Giacomo Pomari, emigrato ad Ingham, Australia, tramite il consolato chiede notizie della moglie che non gli scrive da sei mesi. Gli fanno sapere che è in perfetta salute, che i figli stanno bene, e non fanno che pensare a lui. Si va dimenticando i parenti, con la morte nel cuore. Elisa Tosi non ha più notizie del figlio Guido Canteri, emigrato a Melbourne, Australia. Rintracciato, Guido fa sapere alla madre che non ha scritto perché non ha potuto mandarle danaro negli ultimi mesi in quanto disoccupato..........

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