Il pane dei Cimbri - estratto

 

 

4. La lingua rustica

 

A bella posta abbiamo introdotto nel precedente capitolo alcuni termini dialettali. Che lingua si parlava alla fine del Cinquecento a Cantero, a Roverè e dintorni?

La lingua ufficiale, quella della burocrazia statale e del cancellierato vescovile, era il latino. Ma è curioso riscontrare come in alcuni documenti dell’epoca i notai locali si esprimano in un latino contaminato da elementi tedeschi e da espressioni tolte di peso dal dialetto veronese.

L’estensore ufficiale di un atto pubblico che dovrebbe sancire la composizione per una delle ricorrenti liti sui confini tra Roverè e Velo, Antonio Del Bene, dopo avere annotato in apertura che la riunione tra i rappresentanti dei due comuni avviene "in stuba ospitiis" di Velo, cioè nel tipico soggiorno tedesco di una casa, arrivato al punto della determinazione dei confini, abbandona il latino burocratico e, "hoc modo vulgariter loquendo", scrive:

"Scomenciando dalla banda verso li monti sive i Lessini alle confini della montagna vocata il bosco, la quale è et anticamente è stata del soprascritto Comun de Roverè de Vello dove hanno fatto et sculpito un termine sopra una preda viva con il segno della Croce, et de lì descendendo verso mattina in una vallesella dove hanno ficato un termine de preda, et de lì seguitando verso mattina in un cengio grande in el quale hanno sculpito una Croce, a termine, et dal detto cengio ascendendo, et seguitando drio al detto cengio verso nona alle confine vecchie dove hanno trovato un termine vecchio sopra un dosseto, et de lì continuando verso mezzo dì in una valle, dove hanno trovato un altro termine vecchio scolpito in preda viva, et de lì continuando al drito verso mezzo dì de termine in termine, che hanno fatto, et sculpito sopra delle laste, et cengi fin ad un fò vecchio appresso del quale hanno fatto et sculpito una croce sopra di una lasta, et da detto fò seguitando…" per li termini, "qui sunt – continua l’ufficiale imperterrito tornando al suo latino – in totum viginti septem".

In altri scritti, redatti totalmente in volgare, ogni tanto riferendosi ai luoghi si accenna alla loro dizione tedesca: "in loco chiamato in lingua todesca Zotelar" si legge nel rapporto di un’altra lite tra Roverè e Selva di Progno.

Si coglie in questi documenti il momento esatto della transizione. L’ufficiale avvezzo al latino non riesce più a padroneggiare la variegata realtà, non sa "tradurre" le valleselle e i dosseti, i cengi e i fò (faggi) che delimitano i vaghi confini dell’epoca ed opta per la lingua viva, dentro la quale a sua volta sono confluiti alcuni elementi tedeschi, in particolare quelli delle località, che notoriamente resistono nel tempo anche dopo che sono stati cancellati dalla parlata corrente. Attorno a Cantero: il monte Purghestal, la via comune detta dello Scol, cioè del carbone, le contrade delle Chesare, dei Garonzi, del Pionech e del Puhel, e via dicendo.

Sul fronte ecclesiale avviene una cosa analoga. Don Gaspar Beczel, che il 19 luglio 1519 viene investito solennemente dal Vescovo di Verona della "cura" di San Nicolò di Roverè, proviene dalla diocesi tedesca di Costanza. Qui come in quasi tutti i territori vicini i sacerdoti chiamati alla cura della parrocchia sono germanici o comunque provenienti dall’area tedesca fin verso la fine del Cinquecento. La loro lingua ufficiale è sempre il latino. I libri sacri sono scritti in latino, e la messa viene celebrata in latino, allora come del resto fino ad epoca recentissima.

Ma già dai tempi di Carlo Magno e del Concilio di Tours (813) è stato stabilito che le prediche debbono essere fatte "in rusticam romanam linguam aut thiotiscam", cioè in latino o in tedesco, e i primi abitatori germanici di queste località hanno appunto chiesto e ottenuto dal Vescovo di Verona che i loro preti fossero "cattolici di lingua tedesca". Non solo per le prediche, ma anche per quelle pratiche religiose che richiedono una partecipazione in qualche modo attiva dei fedeli, come la confessione, e naturalmente per tutte le occasioni che possono andare sotto il nome di rapporti interpersonali.

Il prete non è solo colui che celebra i riti ecclesiastici, ai quali si assiste con compita devozione, anche se non si è in grado di seguirne appieno lo svolgimento; ma è anche il confidente, cui si affidano gioie e dolori, tormenti e vicissitudini della vita quotidiana; è una specie di guru, in grado – un po’ paganamente per la verità – di impetrare dal cielo la pioggia sui campi e il sole sulle messi mature; è il celebrante dei matrimoni, il testimone delle nascite, il compagno delle ultime ore. Spesso è colui che ascolta le ultime volontà e fedelmente le trascrive, prima che si intraprenda il viaggio verso l’altrove.

Nel 1531 il parroco don Andrea, che viene dalla diocesi tedesco bavarese di Bamberga e ha sostituito don Gaspar Beczel di Costanza nella cura di San Nicolò, si reca dal notaio insieme a Matteo dei Frustoli, per sanare una spinosa situazione riguardante quest’ultimo.

Matteo, che sicuramente è un tedesco, ha avuto un figlio da un’ancella, anch’essa tedesca, di nome Margarita. Sta per partire per uno di quei lunghi pellegrinaggi che usavano al tempo, lungo una di quelle grandi direttive che portavano a mete impossibili da una parte all’altra dell’Europa, da Santiago di Compostela all’Oriente, dai freddi Paesi baltici alla calda e peccaminosa e santissima Roma, facendo tappa presso gli ospizi che ogni parrocchia e ogni monastero mettono a disposizione.

Matteo intende recarsi al Santuario della Beata Vergine Maria di Acqua in Germania (Aachen, Aquisgrana, la capitale del religioso Carlo Magno, grande devoto della madre di Dio) e siccome "via est longa et vita dubiosa", evidentemente consigliato dal prelato, stabilisce "cum saluberrimo rimedio" di mettere le cose a posto qui nel suo suolo lessinico, lasciando all’ancella l’usufrutto delle sue proprietà e un appezzamento di terra al figlio naturale Stefano, che ha appena tre anni.

Dietro il linguaggio burocratico dei documenti che registrano l’insolito evento par di sentire la viva voce del parroco don Andrea, che consiglia il fedele, lo induce al pentimento, e propone l’atto riparatorio, di cui probabilmente fa parte lo stesso pellegrinaggio.

E’ evidente che i due parlano tedesco tra loro. Ma il prete di Bamberga e il signore che può permettersi un’ancella tedesca – e che si comporta con lei come un qualsiasi signorotto feudale mettendola incinta – conoscono benissimo anche quella "lingua romana rustica" nella quale viene registrato l’atto notarile a favore della povera Margarita e del figlio Stefano. E i due non possono non conoscere altrettanto bene la lingua rustica della provincia veronese in cui sono capitati a vivere e con cui hanno rapporti quasi quotidiani: Matteo per i suoi affari, don Andrea per gli affari della chiesa.

I successivi rettori di San Nicolò provengono da Marcemigo, dalla Valtellina, dalla Val di Sole e da Crespadoro vicentino; non più cioè dal profondo nord bavarese o sassone, ma da località ad insediamento misto italiano e tedesco; e si tratta dunque di preti che sanno esprimersi in entrambe le lingue, così come la particolare situazione evolutiva del luogo richiede.

In seguito al Concilio di Trento (1545-1563), che ha allentato i rapporti con le popolazioni nordiche e ha fortemente incoraggiato la formazione religiosa (con la nascita dei seminari), si imporrà l’utilizzazione di preti locali. Dopo Lutero tutto ciò che è tedesco comincia ad essere guardato con forte sospetto, anche la lingua.

Curiosamente, alla cappellania di San Vitale in Arco, fondata e finanziata da "li pii homeni di Cantero" a partire dal 1372, già nella prima metà del Cinquecento ritroviamo un prete torinese, don Urbano Rossi padre di quel signor Giorgio che abbiamo incontrato tra i garanti della vicinia di Roverè, e addirittura un napoletano, il cappellano don Francesco Caropello.

Gli abitanti di questa terra di confine non hanno aspettato il Concilio di Trento, ma hanno precocemente abbandonato il "mondo tedesco", poiché i loro interessi sono da tempo saldamente intrecciati con quelli cittadini. Cantero è la prima area di contaminazione, la prima in cui le necessità dei mugnai-carrettieri e dei fittavoli dei nobili e mercanti foresti costringono ad apprendere e ad esprimersi nella lingua rustica veronese.

In seguito il fenomeno si estende a macchia d’olio, coinvolgendo tutto il territorio di Roverè, fatte salve probabilmente – e per poco tempo ancora – alcune località marginali.

Il venditore di carbone e di legna, il trasportatore di ghiaccio, di calce e di pietre sono stati costretti fin dall’inizio a confrontarsi con un mondo – il mondo dei soldi, essendo queste attività le uniche che davano entrate monetarie – che parlava un dialetto diverso e perciò a impararlo.

La lingua romana rustica e sempre più spesso quella veronese è la lingua dell’ufficialità: quella della messa, delle nascite, dei testamenti, dei funerali. E’ la lingua delle assemblee di vicinia e degli interminabili processi notarili per la divisione delle proprietà ereditarie e per la determinazione dei confini delle proprietà comunitarie e personali. E’ la lingua dei litigi e delle suppliche rivolte agli amministratori veronesi e al Serenissimo governo veneziano. I capifamiglia sono stati costretti a impadronirsene, in particolare coloro che periodicamente partecipano alle delegazioni alla curia o al governo per perorare le "giuste" cause del povero Comun e dei poveri homeni della Montagna del carbon…

Il pane dei cimbri è fin dall’inizio un pane latino. Un pane amaro, incomprensibile, ostico. Sacrale. Condito nei soprusi e nelle sopraffazioni. Fatto anche di speranze in una vita ultraterrena che riservi un destino migliore di quello presente. Ed è, molto presto, anche un pane veneto, veronese in particolare, a volte perfino veneziano, non peraltro tanto diverso dal pane latino. E’ il linguaggio che si è costretti a parlare negli interminabili processi per la determinazione dei confini: "Mi non so niente, sior. Mi è stato intimato un mandato perché venga ad esaminarmi a Verona e sono qui all’ubidienza, sior… In quanto al dissegno che ora mi viene mostrato non so dir niente, perché sono povero huomo che non ha cognizione di dissegni, e però è superfluo mostrarmelo e lo può mettere da una parte". Sì, sior. No, sior. Grassie, sior. La parola "sior" è forse la prima, che il rustico montanaro todesco ha imparato. La seconda espressione è il contrappunto del sior: "povero huomo". Poi vengono le parole del Santissimo nostro Signore e della Madre Beata e delle schiere dei Santi. E poi quelle della terra e della sopravvivenza. Le parole del pane.

Si tratta di un fenomeno di acculturazione che, per una di quelle felici contraddizioni così frequenti nella storia dei popoli, ha prodotto fin dall'inizio anche effetti molto positivi.

Senza un interscambio serrato e spesso conflittuale tra gli indigeni e i migranti, i nostri poveri cimbri avrebbero continuato a fare il carbone e a vivere nelle loro Hu"tten di legno che si portavano appresso nelle peregrinazioni sul territorio; e non sarebbero mai nate quelle case di muro coperte di paglia che sono il primo segno dell’integrazione e dell’avvenuto passaggio alla stanzialità. Tantomeno sarebbe nato il mulin de una roda.

Il montanaro caparbio e ostinato, pur tra i suoi "non so niente, sior", mai e poi mai sarei venuto fin qua a Verona se non avessi ricevuto il mandato, pur tra mille resistenze, s’è affaticato su quella lingua dei siori e l’ha appresa, l’ha assimilata, ne ha fatto lo strumento della propria riscossa contro il latifondismo, adoperandola nelle assemblee di vicinia per respingere i tentativi di usurpazione, e nei processi per definire le proprietà, e nelle suppliche rivolte, per ottenere il rispetto dei propri diritti, al Capitanio del popolo di Verona o al Serenissimo Prencipe della Repubblica veneziana. Umilmente. Ma senza alcuna forma di servile sottomissione. Nel 1558, in "pubblica e general vicinia", gli homeni di Roverè fissano addirittura un salario per il massaro che "habia de andar – recita il dettato in volgare del resoconto – per tuto el Veronese et andar a Verona a comparere davanti a qualunque zudicio dove sarà bisogno per le liti che sarà da far…"

Qualche ansioso ricercatore si è chiesto allora dove mai sia finita la lingua todesca dei padri, osservando con stupore che non ha lasciato di sé se non rarissime tracce, pochi ricordi, pochissimi documenti scritti.

La lingua dei padri è stata relegata molto velocemente in quelle porzioni di territorio meno sollecitate dall’incontro con la cultura diversa della provincia veronese. Tra la gente politicamente meno attiva. Tra le donne, che non partecipano alle assemblee pubbliche – se non raramente – e non depongono ai processi e non fanno mai parte di delegazioni.

Nel 1602 il vescovo di Padova Marco Cornaro, dopo una visita pastorale nell’area dei Sette Comuni, avendo constatato che molte donne, fanciulli ed anche uomini parlano cimbro, decide di stampare in quella lingua il catechismo. Si tratta di uno dei pochissimi documenti scritti in epoca tanto lontana, ma l’iniziativa non ebbe successo per un motivo elementare: coloro che parlavano soltanto cimbro non erano in grado di leggere essendo analfabeti, e coloro che sapevano leggere, avendo frequentato scuole e maestri italiani, non ne avevano bisogno.

Il cimbro è sopravvissuto fino all’inizio dell’Ottocento, secondo la testimonianza del parroco di Velo don Andrea Roncari, nelle contrade isolate di Campofontana, di Giazza e di Selva di Progno. A Velo e a Roverè la parlavano soltanto pochi "vecchi settagenari" ed è intuitivo che si trattasse prevalentemente di donne. In seguito l’area si riduce ulteriormente e progressivamente.

La lingua dei padri è diventata lingua delle madri. Lingua squisitamente famigliare, lingua degli affetti per eccellenza. Si esprimevano in tedesco Matteo Frustoli e la sua ancella Margherita quando facevano all’amore. In tedesco si cantano le canzoni, si reiterano le ninne nanne, si compongono le strampalate filastrocche della fantasia e del sogno, si raccontano le storie mitiche delle fade, delle anguane e delle belle genti.

La lingua cimbra si adatta perfettamente a questa femminilizzazione nella sua squisita dolcezza fonetica, nell’uso frequente dell’h aspirata e delle labiali che scorrono come baci. Ed è uno dei motivi per cui, al di là della sua scomparsa nel parlato comune, il taucias gareida mantiene un suo fascino singolare presso tanti per i quali, più o meno inconsciamente, esso rappresenta ancor oggi il ritorno alle radici originarie. Il calore del ventre materno, il sapore del latte materno, la nostalgia delle prime cose:

"Haint gen-I-nidar suaze bit drai enghiler a’ de fuaze, oaz deckabbi un oaz dorbecka-bbi un oaz huata-bbi fon allijen poasan tromen, derwai’ der liabe liachte tac kint. - Questa sera vado a letto dolcemente con tre angiolini ai piedi, uno mi copre e uno mi sveglia e uno mi custodisce da tutti i cattivi sogni, finché giunge il caro luminoso giorno".


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