Argentina - La crudele lontananza
Hay en la Tierra una Argentina!
He aquì la region del Dorado,
He aquì el paraìso terrestre,
He aquì la ventura esperada...
Per Gioacchino Fari forse, figlio di Domenico,
figlio a sua volta di Luigi, el butèl del Guera che si era presa la Pasqua
nella primavera del 1838. Per lui el paraìso terrestre è un amore improvviso e
bruciante, che gli fa perdere la testa a 33 anni per una fanciulla argentina di
appena 18 che ha nome Margarita Ledesma. Si sposano a Guaminì in provincia di
Buenos Aires il 14 ottobre 1910, tra canti e balli intonati dai parenti di lei.
In quanto alla sua famiglia è già dispersa per il mondo e in lui non c’è
nostalgia della patria lontana, perché ai Fari non è stato concesso di avere
una patria se non quella casuale che il destino ha scelto per loro, Buenos Aires
o Pittsburgh, Milano o Sydney.
Per Anselmo Corradi forse, figlio di Marcellino e di Santa Erbisti, che si sposa con Concezione Marcessani nello stesso anno nella Diocesi di La Plata.
Ma non per Pietro Magnabosco. A Pietro, che tutti
chiamano el Pedro, è stato negato il sogno de una vida digna. Per Pedro, he aquì
che las esperanzas se trasforman en horror.
L’anno dei matrimoni felici è anche un anno di
tumulti in Buenos Aires. La città è cresciuta spropositatamente negli ultimi
due decenni dell’Ottocento, è una babele di lingue, di costumi e di
popolazioni. Una legge varata il 6 ottobre 1876 – e che rimarrà in vigore
fino al 1981 – ha stabilito incentivi per l’immigrazione di agricoltori, con
condizioni di favore stipulate con le compagnie di navigazione, assistenza
medica gratuita o semigratuita, primo alloggio a carico del governo e consulenza
per la ricerca di un impiego, cosicché dalla vecchia Europa sono sbarcati a
decine di migliaia i nuovi coloni. Si sviluppa precocemente anche un nuovo
fenomeno, quello degli stagionali, che lavorano fino a settembre in terra
italiana, si imbarcano, stanno sei mesi di là dell’oceano e tornano in Italia
alla fine di marzo. Vengono chiamati le rondinelle, perché vanno in cerca
dell’estate - e della polenta e della sopravvivenza - per tutto l’anno.
L’Argentina conosce un periodo di sviluppo esplosivo. Ed anche dal punto di
vista della consapevolezza civile cresce in fretta e molto più del Brasile, ad
esempio. Gli operai fanno sciopero e scendono in piazza per un salario migliore
e per orari di lavoro più decenti e la protesta cresce particolarmente nel
triennio dal 1907 al 1910. E cresce la repressione, soprattutto dopo che nel
1909 un operaio meccanico appena adolescente ha ammazzato il capo della polizia
di Buenos Aires. A partire da questa data scendere in piazza diventa un rischio.
Pietro Magnabosco è originario di Cesuna, un paesetto dalle parti di Roana vicentina. I suoi genitori si sono trasferiti sulle nostre montagne veronesi come avevano fatto sei secoli prima i loro antenati tedeschi. E’ nato il 30 gennaio 1862 nella contrada di Gonzi – Gunz nell’antico dialetto tedesco dei luoghi – all’estremità meridionale di Boscochiesanuova. Di là della strada comincia il paese di Cerro Veronese che i Magnabosco frequentano per le pratiche religiose e qualche passo più sotto siamo nel vajo dello Squaranto che appartiene amministrativamente a Roverè. Pietro ha un fratello di nome Angelo, con il quale deve condividere gli scarsi beni di famiglia. Arrivati entrambi alla maggiore età le possibilità di sussistenza nella stessa casa e sui pochi sgréndeni di terra ereditata si fanno difficili. Pietro si sposa il 21 aprile 1896 con la ventottenne Domitilla Guglielmini detta Matilde di Paravanto della Piegara, seconda di sei figli. Nell’autunno lascia i Gonzi con la moglie e si trasferisce in Argentina. Si stabilisce in una colonia creata anche qui dai primi immigrati tedeschi e abitata da alcuni suoi ex conterranei dell’altopiano di Asiago, quella di Hinojo nella zona di Cerro Sotuyo presso Buenos Aires, dove “esercita l’arte del minatore”. La coppia mette al mondo cinque figli. Il 26 aprile 1910 gli operai della Compagnia per la quale Pietro lavora scendono in sciopero e Pietro viene arrestato e incarcerato insieme ad altri 45 lavoratori. Da quel giorno dell’autunno argentino tutto precipita e la vita di una famiglia della Lessinia si trasforma in un incubo.
Otto mesi più tardi Matilde scrive al cognato Angelo, che nel frattempo si è sposato con Erminia Elisabetta Trevisani - dalla quale avrà sette figli – e che da allora è andato a vivere in una casa sulla piazza del paese di Roverè. Lo informa del fatto che il fratello, gravemente ammalato, si trova ricoverato in un ospedale psichiatrico:
“Caro cognato
da tempo non ho vostre notizie. Se puoi scrivermi,
mi consolerei un poco. Soffro tanto che voi non potete credere. Vi avrei scritto
qualche tempo prima se avessi avuto buone notizie. E’ accaduta una grande
disgrazia, miei cari, che dalla passione che tengo non posso parlare. Mi batte
il cuore dalla tristezza della mia povera disgraziata casa... Sono già 8 mesi
che mi trovo senza il mio caro Pedro, che si trova a l’ospedale matto. Ora è
un mese che non ho saputo niente. Vi potete immaginare come mi trovo con 5
bambini, una povera madre, che tante volte chiamo la morte per me e tutti i miei
figli assieme a me. Passo una vita abastante triste. Il 20 settembre sono stata
a vederlo là in dove si trova fuori di Buenos Aires, che ci vuole 2 cinquanta
di treno. Sono stata due o tre ore insieme a lui che di repente parlava bene e
di repente matto. Sono rimasta tanto triste nel lasciarlo, il caro Pedro. Sarei
più contenta di vederlo morire in suo letto che lasciarlo così. A lui medesimo
li si spezava il cuore. Io se potessi tutti i mesi li anderei a vederlo per
farli coraggio. Però come volete che faccia, con 5 figli, un po’ di lavoro
che lavo per lavoratori e un poco che mi aiuta la società, un po’ da una
parte un po’ da l’altra do da mangiare alle creature. Sono stata sempre
aspetando per vedere se migliorava, però sta sempre così. Spero che mi
scuserete per la mala notizia che vi ho data.... Fatelo sapere della mala
notizia a Brutti Giuseppe... Sono triste, chissà anche lui quanto soffre povero
Pedro. Saluti, addio. Hinojo, Cerro Sotujo, Buenos Aires, 2 gennaio 1911”.
Matilde ha potuto vedere il marito per la prima
volta il 20 settembre, cinque mesi dopo l’arresto. In quel lasso di tempo, che
cosa è accaduto? Come è possibile che un lavoratore ancora nel pieno delle sue
forze, un marito, un padre di cinque bambini, sia ridotto in quello stato, per
cui alterna momenti di lucidità a momenti di triste follia? Che cosa gli hanno
fatto? Come l’hanno trattato in carcere? Sono questi gli interrogativi
angoscianti che i parenti rimasti a Roverè si pongono e che esternano in una
lettera, alla quale Matilde risponde così:
“Aòra caro cognato vi spiego il principio della sua disgraziata malattia. Erano in un lavoro grande come un 300 o 400 persone e ànno fatto sciopero, e li ànno messo in prigione. Questo è stato il 26 di aprile. Il 30 tutte le donne sono andate alle carcere per fare forza: Vogliamo i nostri mariti. In prigione erano 45 e tra questi c’era anche Pedro e allora siamo andate 50 o 60 donne coi bambini e gridavamo tutte: Vogliamo i nostri. Siamo arrivate alle carcere alle otto della sera, siamo state fino alla una dopo mezzanotte a battere contro i carabinieri, e ci ànno detto: Andate a dormire che domani alle 11 avrete i vostri sposi con voi. Allora Pedro quando ha sentito che le donne hanno fatto forza per quelli che erano in prigione gli è andato il sangue alla testa e non è stato più lui”.
Pedro non è stato più lui. E’ la lapidaria comunicazione di Matilde ai famigliari. La donna non tornerà più sull’argomento. Il povero Pietro avrebbe avuto dunque un raptus improvviso, dal quale non si sarebbe mai più ripreso? E’ un’affermazione che lascia molto perplessi. Pare dettata dalle autorità poliziesche ad una moglie cui avevano promesso la liberazione del marito “domani alle 11” e che invece le hanno impedito di vederlo per cinque lunghi mesi. Quale trattamento gli è stato riservato in carcere? Non sapremo mai la verità, anche se, pensando alle orribili condizioni degli istituti di pena dell’epoca e alle feroci repressioni in atto, possiamo certamente intuirla.
“Lasciamo questi discorsi perchè mi fanno il sangue freddo. Addio. Salutate tutti i parenti da parte mia” conclude Matilde. “E mandatemi a dire con chi si è maritata mia sorella”. Perchè la vita continua, comunque.
9 maggio 1911. E’ passato un anno. E sembra che le condizioni di Pietro siano migliorate. Matilde comincia a sperare nella guarigione del marito e scrive:
“Il 23 aprile sono stata a trovare il mio
diletto sposo Pedro. Era dal 20 settembre che avevo notizie di lui solo per
lettera. Grazie a Dio ho parlato con lui in persona. L’ho trovato in buono
stato. Se Dio vole spero presto di averlo in mia compagnia. Da un anno non dorme
più vicino a me e vi potete immaginare la contentezza che provo dopo tante
lagrime e pianti per la lunga malattia”.
Matilde lavora giorno e notte per sfamare i suoi
cinque bambini e adesso che intravede una possibile soluzione smuove il mondo
intero. Rivuole il suo Pietro a casa. La direzione dell’ospedale non è molto
propensa a rilasciarlo e pretende fantomatiche garanzie, Matilde non si perde
d’animo, si reca al consolato, scrive ai parenti, al procuratore dei beni di
suo marito in Italia Giuseppe Brutti, al sindaco di Roverè.
“Aora la prego con tutto cuore – questa la
lettera al Brutti - che lei faccia gl’impossibile per levare di lì el mio
povero disgraziato Pedro Magnabosco, che sono già 19 mesi che si trova in un
maniconio, povero disgraziato. Prego che lei gli manda una carta raccomandata al
Dottore della Mercede, direttore di tutto l’ospitale. Chiedo anche al fratello
Angelo che provino a levarlo e rimandarlo in Italia... Di qui non posso fare
niente, perchè sono alla miseria... Aiutatemi in qualchiera manera... Se non
sanno come fare vendino qualche po’ della roba nostra tanto di poter farlo
venire in Italia e dopo un poco per volta proveremo a venire anche noi, basta
che facciano... Quando sono stata a vederlo il 23 aprile sarebbe venuto a casa,
che lui piangeva tanto la sua famiglia...”
Il sindaco scrive al consolato italiano il 28 agosto 1911:
“On. Signor Console Italiano
in Buenos Aires Argentina
Nell’interesse di un mio amministrato mi
permetto disturbare l’Onorevole Signoria Vostra per avere precise e sicure
notizie di un di lui fratello e, se del caso, ottenere il rimpatrio colla
famiglia. Si tratta di un certo Magnabosco Pietro fu Domenico, d’anni 48,
emigrato circa 15 anni fa in codesta Repubblica, ove esercitava l’arte del
minatore. La di lui moglie Magnabosco Matilde con cinque figli risiede a Hinaco
Lerro Lutugio, e di là ha già scritto tre volte al proprio cognato Magnabosco
Angelo, qui residente, comunicandogli che il rispettivo fratello e marito Pietro
fino dal 26 aprile 1910 sarebbe stato arrestato in seguito a tumulti per
sciopero sul lavoro e dopo pochi giorni la carcerazione sarebbe impazzito,
quindi tradotto in un manicomio e preventivamente in un’isola di cui non dice
il nome. Ma le lettere della predetta cognata, data la limitatissima di lei
istruzione e la scarsa intelligenza sono molto confuse, talora contraddittorie
e, mentre chiedono caldamente aiuto per ottenere il rimpatrio del marito, non
indicano la possibilità, i mezzi coi quali ottenere l’intento, né
l’autorità cui rivolgersi limitandosi a pregare di scrivere al sign. Dottor
Della Mercede senza ulteriore indirizzo.
A nome pertanto del sunnominato Magnabosco Angelo
di qui sarei a pregare l’Onorevole Signoria Vostra voler far assumere
diligenti informazioni sul luogo preciso, ove trovasi ricoverato il di lui
fratello Pietro, quali ne siano le effettive condizioni mentali, se sia
possibile sperarne una prossima guarigione, o se invece trattasi di alienazione
cronica, se sia possibile ottenerne il rimpatrio unitamente alla famiglia, e
quali siano le pratiche da esperire, tenendo presente che trattasi di persone
povere, ma che in ogni caso l’amministrato per aiutare il fratello sarebbe
anche disposto a fare il sacrificio di qualche centinaio di lire.
Saranno inoltre gradite tutte quelle informazioni
che valgano a mettere il Magnabosco in grado di poter sollevare le misere
condizioni del fratello e della di lui famiglia. Fidando nella saggia opera che
i Regi Consolati sempre spiegano a tutela dei connazionali all’estero e nella
personale cortesia dell’On. S. V. sentiti ringraziamenti. Il Sindaco”.
Questa lettera, benché il Sindaco trascriva i
nomi delle località in modo molto approssimativo e sottolinei con poco tatto i
presunti limiti scolastici e intellettuali della signora Matilde, è in realtà
molto importante. Le autorità argentine temevano che il diffondersi di voci
negative potesse incidere sulla consistenza dei possibili flussi migratori e
dunque si mostravano particolarmente sollecite nel soddisfare le istanze
provenienti dai consolati italiani. Infatti qualche mese più tardi Pietro
Magnabosco torna in famiglia. Per meglio dire: viene rilasciato.
Il 28 gennaio 1912 egli scrive al fratello:
“Grazie a Dio per il presente sto bene io e
tutta la mia famiglia...
Desidererebbe che mi facessi sapere le tue
condizioni, perchè le mie sono misere, perchè sono stato molto tempo ammalato
ed è qualche giorno che sono uscito da l’ospedale. Desidererei che mi facessi
la gentilezza di farmi sapere le condizioni del paese, come si trovano, perchè
io ardo dal desiderio di saperlo. Nel quale mi farai sapere chi ci vive in
quella piccola proprietà che tengo. Saluti a te famiglia parenti amici quelli
che domandano di me...”
Il 14 aprile spedisce una seconda lettera:
“Carissimo fratello,
in riscontro della tua desiderata lettera il quale
mi allegrai nel sentire che vi trovate tutti di buona salute. Però la triste
nuova della perdita del nipotino cioè tuo figlio mi rattristai al sommo e me ne
duole. Pensando poi alle grandi tribulazioni che s’incontra in questo
miserabile mondo per noi poveri, meglio morir di giovane e così sia terminato
di soffrire. Sappi caro fratello che le tue notizie fu per me un sollievo delle
mie tribulasioni per aver avuto ancora una volta l’onore di sapere notizie di
nostra famiglia e del paese nativo.
Di nuovo ti notifico che da quando sono sortito
dall’ospitale che è cinque mesi non ho potuto ancora lavorare per la gran
debolezza che mi ha penetrato nella persona. Qualunque cosa che mi metto a fare,
non posso durarla, che mi viene una stòrnia che debbo poi sedermi per un
momento che mi passa.
Però conosco che tutti i giorni vado migliorando
da poco in poco, se così segue ho la speranza ancora della mia guarigione. In
più ti faccio sapere che ho cinque figli, tre femmine e due maschi. Le figlie
si chiamano Cattarina, Vittoria, Elvira. I figli: Giovanni e l’altro si chiama
Gracioso... Del pane ce n’è per tutti....
In compagnia de tutta la mia famiglia ricevi i più
cordiali saluti e una stretta di mano.
Se per caso la mia casa fosse desocupata il più
povero del paese se si trova senza abitazione puoi permetterli che entri nella
casa, basta che paghi la tassa imposta dal governo. Salutami tutti quelli che
dimandono di me”. Su un lato la moglie aggiunge a matita una nota in cui
chiede notizie della sua famiglia a San Rocco: “Ho scritto molte volte, ma
hanno risposto una volta sola, quando estava infermo all’ospitale Pedro”.
Pietro ha saputo della morte del nipotino, cioè
di un figlio di Angelo. In realtà non era la prima. La coppia aveva avuto una
figlia nel 1907, Elisa, che era morta subito dopo la nascita. Un anno più tardi
era nata un’altra bambina, che era stata chiamata nuovamente Elisa. Poi
Domenico, il nipotino cui Pietro si riferisce, morto a un anno di età. In
seguito, tra il 1912 e il 1920 avranno gli altri quattro figli: Luigia, Angela,
Augusto e Adele.
Il 2 settembre 1912 Pietro spedisce al fratello
l’ultima lettera, che conclude così: “Io caro fratello sarei bramoso di
vederti, ma chissà quando potremo vederci, perchè mi trovo con poca salute, ma
spero col tempo di recuperare”.
Tre mesi più tardi viene di nuovo ricoverato:
perché le sue condizioni si sono aggravate. Oppure per altri motivi. Infatti
Matilde, nel darne notizia alla famiglia in Italia, precisa che è stato in un
primo tempo ricoverato dai famigliari, ma in seguito è stato condotto via
“colle mani di giustizia” e non, come sarebbe logico, dal personale
sanitario.
Il 19 luglio 1913 Matilde scrive al cognato:
“Voi caro cognato siete bramoso di sapere di
vostro fratello. Da qui di casa è sette mesi che manca. Due mesi è stato qui
vicino e andavo a trovarlo ogni quindici giorni. Ma ora lo hanno trasportato
lontano e non so dirvi dove. Ho scritto tante lettere ma non sono capace di
sentire nessuna risposta. La prima volta lo ànno menato per mano famigliare, ma
ora lo ànno condotto colle mani di giustizia e dunque per questo non si può
sapere niente, se i lo maltrata oppure se è morto o se è vivo. Io caro cognato
faccio di tutto per sapere, ho fatto scrivere a persone istruite senza risultato
e non so più dove voltarmi. Mi tocca patire e soffrire assieme ai miei figli e
per mangiare mi tocca lavorare notte e giorno a lavare per uno o per l’altro
per vivere coi miei figli, questa è la fortuna che teniamo noi altri”.
E un mese più tardi:
“Mio marito sono otto mesi che lo hanno
trasportato via da qui vicino, ho sentito nuove da pochi giorni solo da un mio
compare che era andato a trovarlo in persona e ha parlato insieme e anche col
direttore dell’ospitale e ha detto che è sempre agualmente e da qui sta molto
lontano, quatro e cinquecento chilometri, e per andare a trovarlo di spesso non
posso perché ci vuole troppo denari e io caro cognato sono povera e mi tocca
lavorare per mantenere i miei figli e lì all’ospitale non è mal
trattato...”
Anche la figlia Cattarina aggiunge i suoi saluti,
tramite un immigrato di Asiago, perchè “io in italiano non sono buona di
scrivere”. E’ arrivata all’età di anni 14 e aggiunge che spedirà una sua
fotografia...
12 dicembre 1914, Matilde:
“Cognato caro,
io credo che a sentire quelle notizie ti avrà
dato una passione al cuore, perchè fratello è sempre sangue di fratello, ma
ora si deve alla forza rassegnarsi a Dio come dici tu che quel che fa lui è ben
fatto. Tu mi dimandi come è trattato là dove si trova. Prima fin che l’era
qua poco distante andavo spesso e l’era tratà meno male, ma dopo che lo ànno
trasportato molto distante non sono più andata perchè caro cognato tu devi ben
capire: sono sola e con 5 figli tutti piccolini e come posso io andare a
trovarlo? Devi capire che un viagio per andare a trovarlo costa 75 lire. Ora
sono due anni presto che più non avevo notizia di lui, ho provato a scrivere e
far scrivere ma invano tutto il mio scrivere. Ora un mese fa ò fatto scrivere
da un che ha fato intendere bene per sapere se l’è vivo o morto, così l’è
rivada risposta che lui si trova sempre nelle medesime condizioni di prima. Così
puoi immaginarti che dolore si nutre nel mio cuore...”
16 febbraio 1915, Matilde:
“... In quanto a vostro fratello ho avuto
notizie da poco tempo e mi informarono che va sempre lo stesso, un giorno
migliora e l’altro peggiora, solo che adesso si è ingrassato un poco e quando
sta in buon senso lo fanno lavorare nel giardino. Sappiate caro cognato che qui
adesso va molto male, i lavori diminuiscono per conseguenza della guerra europea
ed i guadagni sono pochi. Con di più io sono stata malaticcia alcuni mesi.
Potete immaginare con cinque figli, ed io che son sei, per vivere adesso è
molto difficoltoso. Per cui vi prego e vi esorto o caro cognato d’essermi
compiacente, cioè di mandarmi quel poco di denaro che gli appartiene a mio
marito e vostro fratello, onde poter tirare innanzi, e allevare questi figlioli
fintanto che potranno lavorare e guadagnarsi il pane... Essendo già trascorsi
due anni che non ricevo notizie di mia famiglia, vi prego voler farmi sapere se
mio padre vive ancora e così pure darmi notizie dei fratelli e sorelle...”
21 maggio 1915:
“Caro cognato, ti dico che ho ricevuto le lire
100 e ho ricevuto la tua lettera spedita in gennaio scorso. Ti dico che il mio
caro Pedro e tuo fratello sta molto male e quanto dolore soffre, voglio andare a
trovarlo, io passo i miei giorni piangendo, vedendo che il mio caro marito
soffre così tanto. Caro cognato ti prego farmi sapere come va la guerra e se i
miei fratelli vanno alla guerra. Sono contenta al sentire di mio padre che sta
ancora vivo, desidero sapere di mia sorella, perchè ho ricevuto i saluti solo
di una, non vorrei che fosse succeduto qualche cosa”.
23 maggio 1915:
“Pochi giorni fa ho ricevuta notizia del mio
marito e tuo fratello che ora si trova in peggio condizioni che mai, un mio
compare è stato a trovarlo e mi à portato quela bella notizia che gli danno
poco tempo di vita più. Caro cognato anch’io adesso se tu sapessi in che
condizioni mi trovo qua in queste terre matte in 5 di famiglia che si mangia e
non si guadagna nemmeno un centesimo da nessuna parte. Così se tu potessi
mandarmi quei pochi soldi che ti avevo dimandato su quel’altra lettera che io
mi trovo in brutte condizioni che nemmeno tu lo sai e non lo credi”.
11 agosto 1915:
“Caro cognato, stai pur tranquillo che per via
dei 100 lire che mi ài spedito alla fine sono arrivati dopo tanto che li
desideravo che molto bisogno mi fava. Fammi sapere se anche i miei fratelli sono
in guerra e dove si trovano. Per via del mio marito dopo quel che ti ò scritto
che già tu sai, non si sa più niente nè bene nè male, toca rassegnarsi alla
forza, lasciarli in mano a Dio tutto”.
19 novembre 1915, l’epilogo:
“Con grande dolore di me e dei miei figli vengo
a dirvi che il giorno 26 ottobre passato morì il mio marito vostro fratello.
Non potete immaginare in quale tristezza siamo rimasti tanto io aver perso il
marito quanto i miei figli aver perduto il padre. Da molto tempo lui soffriva
molto, che un mio compare che andò a visitarlo alcune volte mi disse che stava
in uno stato deplorabile. Certo che noialtri e voi sentiamo il dolore d’averlo
perduto, ma per lui, come mi disse il mio compare, è meglio così, che almeno
si troncò il suo soffrire. Diamoci pace e di nuovo addio, Matilde”.
28 marzo 1916:
“Non posso intendere il vostro lungo silenzio,
che io vi ho scritto la triste notizia della morte del mio caro sposo e del tuo
amato fratello. Non puoi immaginarti il mio dolore senza avergli potuto dare
nemmeno un cucchiaio di acqua. Fammi sapere come va là da quelle parti. Qui vi
è la grande miseria. Desidero sapere, avendo la guerra, chi sa come vi
trovate”
3 luglio 1916:
“Con sommo piacere ho ricevuto la tua lettera,
dalla quale intesi il buono stato di salute in cui ti trovi te e tua moglie e la
tua bambina: e così ti posso dire anche di me e dei miei figli. Intesi pure che
là in Italia per conseguenza della gran guerra vi regna la miseria e che tutto
si è incarito, ma devi sapere caro cognato che anche qui è lo stesso: lavoro
niente, credito niente e tutto più caro di prima e sempre va aumentando. Basta:
speriamo che termina presto questa crisi tanto crudele e che venga a stabilirsi
il buon tempo. Tu mi dici di venire all’Italia, ma io ti dirò che pel momento
non posso muovermi di qui non avendo i mezzi di viaggio e adesso qui non si
guadagna niente. Intanto ricevi i miei saluti uniti a quelli dei miei figli dei
quali farai parte a tua moglie e figlia e credimi tua affezionata cognata
Domitilla Guglielmini di Magnabosco. Mi raccomando che mi avessi a scrivere
presto”.
Pietro Magnabosco se n’è andato. L’Argentina,
la region del Dorado e della ventura esperada, è precipitata in una grave
crisi, determinata in buona misura dai riflessi internazionali della prima
guerra mondiale. Sulle montagne venete e friulane i giovani della Lessinia
crepano senza sapere il perché. E alla devastazione materiale si aggiunge
quella spirituale. Saltano i rapporti, le faticose catene della solidarietà che
si erano stabilite da una parte all’altra degli oceani per garantire in
qualche modo un futuro a chi era rimasto e a chi, come i Magnabosco, era andato
incontro a un destino di dolore e miseria. Simbolicamente deponiamo sulla tomba
del povero Pedro un mazzo di fiori raccolti nei boschi della sua montagna
veronese. Addio, Pedro. Anche se ti è andata male, hai fatto la cosa giusta.
Hai cercato per te e per i tuoi figli una vita migliore. Hai lavorato come un
cane in terra straniera. Hai lottato per costruire il futuro. Malato e ridotto
alla disperazione, hai avuto la forza di pensare “al più povero del paese
che, se si trova senza abitazione, caro fratello, puoi permetterli che entri
nella mia casa”. E la tua casa, Pedro, oggi siamo noi. Sono i figli dei tuoi
figli.
Finisce la guerra, riprende il flusso migratorio interrotto per quattro anni, tornano a circolare anche le notizie e gli strappi cominciano a ricucirsi faticosamente...
Morti, nascite, nuovi matrimoni. Il 26 giugno 1922
nella diocesi di La Plata, parochia de Mercedes, Buenos Aires, si sposa con
Dominga Legarto Francesco Albino Corradi, fratello di quell’Anselmo che aveva
celebrato le sue nozze nel 1910...
I fili si riannodano e risorge anche il sogno di una patria migliore di quella italiana attraverso il “passaggio” dell’oceano. Negli anni Venti e Trenta si trasferiscono da Roverè in Argentina anche il muratore Pietro Vinco con la moglie Adele Gaspari e altri, che tentano la fortuna individualmente, i Pozzerle, i Bertoldi, i Martini, i Gandini, i Campara e gli immancabili Scardoni. A San Carlos di Buenos Aires il roverese Giulio Ernesto Motto sposa Foschina Serrani. Non pare invece che il marito della sorella di Matilde sia riuscito a varcare l’oceano...
Nel secondo decennio del Novecento, mentre si
sviluppa la tragedia di Pietro Magnabosco, anche un altro suo conterraneo,
Alberto Busato, trascorre alcuni anni in Argentina insieme al fratello. In
seguito lo ritroveremo emigrante in Francia. E’ nato ai Carcereri, una
contrada di Cerro che si trova a due passi dalla casa dei Gonzi in cui Pietro ha
trascorso la sua giovinezza. Alberto è molto più giovane, per cui dubito che
su al paese si siano mai incontrati. Così come non si incontreranno di là
dell’Atlantico, dove le loro vite parallele hanno la possibilità di sfiorarsi
senza però riconoscersi. Così vicini e così lontani. Così dolente la storia
di Pietro e così gaia, così solare in mezzo a tante tribolazioni, quella di
Alberto, che a Buenos Aires esercita l’arte del muratore e la sera mette da
parte qualche lira suonando la fisarmonica. Canzoni d’amore, ovviamente. Che
abbiamo l’impressione di sentire in sottofondo quando leggiamo i passi
seguenti di una lettera che egli scrive alla moglie:
“Carissima, quando ci rivedremo te ne conterò da ridere e da piangere.
In quanto a te lo credo che farai quanto puoi per
me, si vede che l’amore fa ammore. In quanto a me non crederai che sia geloso,
perchè sarei un vile se dubitassi del tuo amore: questo non ti metere nemeno
per idea. Perchè se tu m’ami come di sovente le tue labra lo esprimono e
contracambi al mio amore, ne sono certo; lo credo che i tuoi belli ochi e il tuo
buon quore non mi tradirà; come tu pure puoi stare siqura di me, che nè le
mulate e nè le bionde non mi farà cadere perchè amo solo che te, ti ò
giurato amore e preferisco morire che essere machiato d’infamia. Ti ricordi
l’ultima mattina che dormii nel nostro caro nido d’amore? Che mi dicesti che
ti rincresce a levarti perchè non troverai un altro letto buono come questo?
Eh, sì, avevi ragione, non lo poteva trovare sì buono per tutte le sue qualità.
Non poteva, lontano da te, rifletere quei sogni d’amore, non poteva più
dormire sulle piume e su quei bianchi cuscini che tu avevi tanta cura... Qui
tante volte l’anno scorso se avessi potuto dormire sotto il portico del Bìtelo
su la legna sarebbe stato un quartiere di Hotel... Ma tutto passa e ora che sto
bene non mi sembrava che passai quella vita. Fortuna che non fui mai ammalato
finora, si è che le tue preghiere vale a preservarmi da tutte le cose di male.
Così io prego per te e la figlia che presto potremo vedersi assieme. Che ti
giuro che qui non ò mai fato una cosa da far male. Cari, ma quel giorno che
tornerò la volio fare! Volemo cantar e bevere fino che dovremo far il caffè
con la cenere perchè la passa. E poi fino che viene domenica voliamo dormire,
come le prime volte.
Bene, termino col mio scherzo inviandoti i più
caldi baci a te e la cara figlia, contracambio i saluti a tutti e ricèvene un
milione da me. Di nuovo saluti e baci dal tuo affettuosissimo marito Alberto
Busato.... Ciò, tesoro, termino perchè son venuti a chiamarmi che vada a
suonare con mio fratelo a far balar le mulate che dise che ne chiere mucho, che
semo dos lindos moso che savemos tocar moi bien i bailar mecor. Ma te sta
tranquila, che non le toco, volio solo che te, ciò”. Alberto e Pietro.
Musica. Tango.
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