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IL DIBATTITO

Idee per Verona

Rivista di cultura e di confronto politico

Novembre 2003

 

Direttore: Raffaello Canteri

Case di ciottoli-Architettura minore e storia delle popolazioni tra l'Adige e il Mincio

di Raffaello Canteri e Claudio Poiani

 

 

 

In vendita: nelle librerie della città di Verona, nelle edicole della Lessinia e dell'alta pianura (da Sommacampagna a San Giovanni Lupatoto)

Prezzo: Euro 20

Informazioni e commenti: r.canteri@libero.it

 

 

 

Un capitolo

 

9. Austriaci e Regno d'Italia. San Giovanni Lupatoto

 

 

 

 

Angelo Merzari, segretario comunale di San Giovanni Lupatoto alla fine dell'Ottocento, in una monografia sul paese ha descritto così l'evoluzione delle condizioni economiche e sociali del territorio a partire dal 1400, quando comincia ad essere posto a coltura il gelso e vengono progressivamente ridotti i boschi e i pascoli: fino a quell'epoca "le rendite di questa campagna consistevano nell'allevamento dei bestiami, nelle lane che davano vita prosperosa ed industriale alla vicina Verona in quei tempi tanto fiorente per le rinomate sue fabbriche di panni; infine un reddito pure rimarcabile davano i formaggi, i legnami da costruzione e da ardere. Ritornando col pensiero a quell'epoche, ai costumi patriarcali ed alla vita relativamente comoda di quelle popolazioni non saprei dire se debbasi ascrivere a fortuna l'aver soppressi i pascoli, distrutti i boschi che con poca, o quasi nessuna spesa, davano redditi sicuri e rilevanti. Oggi tolte le greggie e abbandonato l'allevamento del grosso bestiame non rimane che il gelso ed il baco da seta costituito unico cespite di rendita, che il più delle volte, specialmente al povero contadino, non dà adeguato compenso alle rilevantissime spese ed anticipazioni occorrenti, tanto più che la malattia del filugello rese tanto incerto e meschino il raccolto dei bozzoli. Col nuovo sistema agricolo, il cui sviluppo richiede studio e forti capitali, fatalmente si giunse a poco a poco a sopprimere quasi intieramente il contadino, ...spingendolo all'emigrazione, onde cercare in estranei paesi quel benessere materiale che non può conseguire in questa terra per esso troppo ingrata".

L'Arcadia felix che descrive il Merzari in realtà non è mai esistita, neppure a San Giovanni Lupatoto, dove comunque la presenza dell'Adige aveva garantito anche nei tempi più ingrati, data la relativa facilità delle comunicazioni in direzione di Verona e dell'Adriatico, una certa prosperità testimoniata dalla presenza di pievi antichissime come quella di Sorio, di mulini sull'acqua e di precoci insediamenti umani. Il territorio è all’estremità sud-est dell’alta pianura e qui il terreno è affatto particolare: sassoso per pochi metri in alcune sue parti, argilloso e melmoso in altre. Questo spiega anche la ben distinta morfologia dell’architettura abitativa storica che affianca insediamenti in mattoni ad altri in ciottoli fluviali, particolarmente verso le località di Pozzo e Raldon. Poco oltre San Giovanni, verso il Vallese, affiorano numerose le risorgive. Le acque consentirono l’approdo e lo stanziamento in questa zona di consistenti popolazioni preistoriche le quali, come sul lago di Garda o a Borghetto, svilupparono la suggestiva civiltà delle palafitte. Forse il più antico uso del sasso di fiume da parte dell’uomo è dovuto proprio a questi abitanti, che a sostegno delle loro case affondavano lunghi pali nell’acqua piantandoli dentro un massiccio strato di ghiaia e ciottoli che avevano preventivamente installato. Poi vennero i Romani, gli Scaligeri e i mercanti. Gli immancabili Bevilacqua, che avevano il loro quartier generale all'isolo di Verona, non mancarono di sfruttare la posizione di San Giovanni come porto ulteriore per i loro commerci di legname. Nel ramo dei Bevilacqua Lazise sono presenti qualche secolo dopo a Pontoncello, dove hanno una villa - che nei secoli successivi è passata ai Contarini di Venezia ed ancora oggi esiste -, un buon numero di case rusticali con stalle e fienili, 685 campi coltivati a cereali e riso o lasciati a prato. Hanno anche una pila da riso sul fiume. E una piccola chiesa, dove vengono celebrate le funzioni nei giorni festivi. I signori Bevilacqua vi si recano per una strada, mentre i villici per un'altra, a testimonianza anche simbolica della divisione materiale esistente tra le due classi sociali. Quando il Merzari parla di prati e di boschi gestiti in comunità dalla popolazione, si riferisce ovviamente ad un'epoca precedente, quando le case erano ancora in legno e canniccio di palude, e la vita era fatta di stenti e di precarietà forse più aspri ancora delle condizioni riservate ai contadini nell'epoca signorile. Certo è comunque che, secondo la sua "Monografia del Comune", pubblicata nel 1879, tredici anni dopo l'avvento del Regno d'Italia e la cacciata degli austriaci, la situazione pareva precipitata in un inferno di fame e di stenti. Con molta sofferenza egli, patriota convinto che i piemontesi abbiano posto fine ad un periodo di schiavitù ignobile, è costretto ad ammettere che in quei primi anni dall'avvenuta liberazione le cose non vanno poi tanto bene: le tasse sono aumentate, i grandi proprietari fondiari tengono alla miseria fittavoli e braccianti, che a schiere ogni anno più folte sono costretti all'emigrazione, prima verso i Paesi dell'Est Europa, dove stavano sorgendo le grandi linee ferroviarie, e poi nelle immense campagne americane e australiane. E' una vera e propria emigrazione di massa, molto spesso disperata, con la sequela dei morti sulle inconsistenti carrette del mare - allora come oggi - in cerca di un paradiso che non c'è o che molto spesso si trasforma in un nuovo inferno, con i migranti preda delle organizzazioni delittuose locali.

Merzari aveva esaltato la cacciata degli austriaci: "Finalmente ebbe un termine questa iliade d'infamie e di vessazioni e l'Austria, sconfitta in Germania, pericolante in Italia, dovette segnare la cessione delle Venezie. Io non so certamente descrivere il delirio di gioia, l'entusiasmo inenarrabile che invase ogni classe di cittadini... Ricordo, che avendo fatto parte anch'io delle schiere ch'entrarono quel giorno in Verona, credevo che il tutto fosse un sogno beato del cielo... Ma no, ell'era realtà, erano lagrime, grida pazze di gioia, erano fiori, baci di fratellanza, d'amore intenso che non si possono concepire se non si divisero: era il nostro esercito, era l'Italia che prendeva possesso della terra che Dio fece sua, innalzando il tricolore vessillo sulle torri della nostra Verona". Felicità infranta di lì a poco.

In tre quarti di secolo gli austriaci avevano progressivamente trasformato Verona in una città a misura militare. Qui era il centro logistico del sistema difensivo imperiale, con una incredibile serie di fortificazioni a campi trincerati separati e sparsi sul territorio come dettavano le più avanzate tecnologie militari dell'epoca.

Le caserme si erano moltiplicate, erano diventate dieci, poi quindici, poi venti, con una concentrazione di migliaia di soldati, per i quali lavorava quasi l'intera città. Almeno uno su cinque. Fondamentali, come al tempo dei romani, erano ancora una volta le comunicazioni. Gli austriaci avevano scelto Verona come snodo principale del sistema lombardo veneto. Nel 1849 avevano aperto la linea ferroviaria per Vicenza, nel '51 quella per Mantova, nel '54 per Brescia, nel '59 per Bolzano. La militarizzazione portava con sé tutti i difetti che l'intellettuale Merzari non si stancava di mettere in evidenza - angherie, sopraffazioni di ogni tipo -, ma aveva avuto anche il pregio relativo e temporaneo di togliere il paese dalla sonnolenza in cui era ripiegato nell'ultimo periodo della dominazione veneziana. Caduta da tempo la funzione trainante del porto di Venezia - a favore di quello di Trieste - la gestione della campagna costituiva ormai soltanto una rendita parassitaria, con scarso spirito di iniziativa e di innovazione. Era finita l'epoca delle grandi ville, ora ci si limitava ad interventi di carattere restaurativo o al massimo all'innalzamento di qualche piano e all'aggiunta di corpi laterali negli edifici preesistenti.

Forse le masse povere non vedevano proprio di cattivo occhio il fatto di poter arrotondare con i lavori a servizio dell'ignobile straniero. Relativo benessere fittizio, quello militare: tra le sue non ultime conseguenze la città ha dovuto scontare un pesante ritardo sul piano dell'industrializzazione. C'erano le caserme da fare, c'erano le ferrovie, c'erano i ristoranti e i teatri per le truppe, il lavoro per i domestici, i lavori di sartoria, cos'altro?

San Giovanni Lupatoto ospitava un notevole concentramento di truppe stanziali austriache. Gli ufficiali fanno presente al Comune la necessità di poter disporre di un ricovero per i cavalli. Il Comune individua il terreno e provvede alla costruzione. Pochi anni dopo gli austriaci chiedono al Comune di trasformare il ricovero in una vera e propria caserma. Il Comune si dissangua per costruirla: "Per le continue istanze del Comando Militare - scrive il Merzari - la tettoia si dovette convertire in vasta caserma per cavalleria. Tale costruzione importava l'enorme dispendio di oltre 80.000 lire, spesa questa fuori d'ogni limite, superiore alle forze economiche del Comune, per cui rimase quasi per intero insoluta, gettando in un deplorevole disavanzo l'Amministrazione Municipale". Così andavano le cose, questi erano i tempi. Fortuna volle che, appena cacciati gli austriaci nel 1866, un tal Luigi Bedolo, proprietario di una vetreria in Trentino, avesse la bella pensata di realizzare anche a San Giovanni Lupatoto un grande "Stabilimento per la fabbricazione del vetro", utilizzando le torbe del Vallese e i ciottoli di quarzo del fiume. L’idea venne presto attuata, con grande soddisfazione del Comune la caserma austriaca venne acquisita dal Bedolo e la vetreria aprì i battenti nel 1868. Nel corso degli anni assunse proporzioni gigantesche per l’epoca, con ottocento operai addetti e con una produzione di milioni di bottiglie e di metri quadrati di laste di vetro. Oltre alla manodopera strettamente aziendale, numerosi erano anche coloro che usufruivano dell’indotto, in particolare un vasto numero di carrettieri, che raccoglievano i sassi nei campi e sulle rive dell'Adige e li trasportavano al cosiddetto "Mulino dei sassi", che ancora oggi esiste e in cui venivano frantumati e polverizzati. Poi il materiale era trasportato allo stabilimento. Chi svolgeva questo lavoro era tutto il giorno soggetto alle polveri e si ammalava assai frequentemente di silicosi. Fonti orali locali ricordano quel periodo attraverso le voci dei genitori e dei nonni, i quali - a loro dire - andavano ad accaparrarsi i sassi "cerini" - cioè quelli di quarzo e silicio, che fanno scintille come un cerino sfregandoli l'un contro l'altro - addirittura a Boscomantico, con il carretto, di notte, rubandoli dalle marogne accumulate dai contadini del luogo.

Il "mulino dei sassi" di San Giovanni Lupatoto, nei secoli precedenti utilizzato dai Sagramoso per la macinazione dei cereali, è l'ultimo approdo di un processo millenario che ha visto il sasso di fiume, questo materiale così ostico e inconsueto, utilizzato nelle più diverse maniere. A fine Ottocento, nel luogo in cui migliaia di anni prima gli uomini se n'erano serviti per piantare i loro pali nell'acqua e poi per secoli l'avevano sottratto ai campi e utilizzato nella costruzione delle loro case, subisce l'ultima metamorfosi della sua storia: viene spaccato, pestato, distrutto, polverizzato per farne la materia prima di uno stabilimento vetrario.

Questo utilizzo del tutto inconsueto, così violento e così violentemente contrastante con tutta una storia secolare, simbolicamente testimonia il passaggio da un'epoca ad un'altra radicalmente nuova. I decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento sono caratterizzati da una grande rivoluzione nel modo di pensare il territorio e nel modo di organizzare il lavoro e la vita degli uomini. Schematicamente si può dire che finisce il tempo della continuità e inizia quello del cambiamento. Oggi qualsiasi politico che miri ad acquisire il consenso delle popolazioni promette, grande o piccolo, un "cambiamento" dello stato di cose. Nei secoli passati una cosa del genere sarebbe apparsa una bestemmia. Le genti non miravano al cambiamento, ma alla stabilità. La vita era ritmata sulle scadenze stagionali. C'era il tempo del seminare e il tempo del raccogliere. L'inverno era dedicato alla preparazione e alla ristrutturazione: degli arnesi, delle stalle, delle case. Il povero lavorava e il ricco investiva e sapeva in anticipo quanto gli sarebbe fruttato. Guai al cambiamento. Purtroppo gli imprevisti in questo sistema erano frequenti e molteplici. La pioggia non veniva ed erano dolori. I filugelli si ammalavano e veniva meno una delle poche entrate in danaro delle famiglie contadine. Le viti erano preda della peronospera. E poi c'erano le guerre e le angherie varie dei governi e dei sottogoverni. Alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del nuovo secolo tutte queste cose parvero addensarsi improvvisamente e all'orizzonte apparve quella cosa meravigliosa ed orribile che avrebbe sconvolto il mondo: il vapore. La vita non fu più quella di prima. Il dinamismo sociale subì un'accelerazione mai vista. Sulle aie, che avevano visto seccarsi i mucchi di granoturco, che avevano visto le spighe di grano battute con il correggiato e fatte fluttuare nel vento, comparve tra la gioia dei bambini e la disperazione trattenuta dei poveri avventizi la macchina infernale che attraverso la bollitura dell'acqua trasmetteva il movimento ad un mastodontico armamentario dal quale usciva la paglia da un lato e il grano già bell'e pulito dall'altro: la trebbiatrice. Subito dopo venne la mietitrebbia. Pochi anni, e già il trattore solcava i campi. Sulle strade giravano le prime automobili, i primi camion. Per quanto riguarda il sistema edilizio ed in particolare il funzionamento delle fornaci, che fino ad allora avevano impiegato una quantità smisurata di uomini e di donne nella escavazione e nel trasporto delle argille, nella formatura a mano dei mattoni, nella loro essiccazione al sole, nella loro cottura, il tutto seguendo i ritmi delle stagioni e del lavoro dei campi, il signor ingegner architetto di Gro"ningen Friedrich Hoffmann introdusse un nuovo meccanismo per cui si cominciò a lavorare a pieno ritmo senza soluzione di continuità. Dentro una sfornata, fuori l'altra, a ciclo continuo. Nelle cave di argilla comparvero le scavatrici meccaniche e sostituirono i picconi e i badili, e poi vennero le presse per comprimere il materiale, e poi le taglierine con cui si ricavavano mattoni perfettamente squadrati, a spigoli vivi e non più arrotondati come era stato per secoli, e poi gli essiccatoi dove i mattoni formati stavano per qualche giorno invece di essere soggetti al benvolere e al malvolere del tempo per una stagione intera. E i produttori di calce, che avevano cotto per secoli i sassi dell'Adige e le pietre della Lessinia, importarono dall'Inghilterra il metodo Portland e cominciarono a fabbricare cemento... Case di mattoni squadrati, case di cemento. Il tempo dei ciottoli era finito, per sempre. Più o meno intorno agli anni Venti del Novecento. L'industria del vetro di San Giovanni Lupatoto aveva chiuso i battenti, aveva riaperto, di nuovo era fallita. Le centinaia di famiglie miserabili che vi avevano trovato lavoro, ancora una volta sul lastrico, erano andate in cerca di altri mondi. I quaranta grandi possidenti del paese non potevano più garantire niente; gli bastava il lavoro di qualche mezzadro superstite, una figura che pure sarebbe scomparsa qualche decennio più tardi, nel secondo dopoguerra. Fine di un mondo. Girando oggi per San Giovanni Lupatoto, si possono ancora riscoprire le tracce di questo nostro passato, più o meno mascherate dalle ingombranti presenze industriali e postindustriali di oggi. C'erano una volta, e non ci sono più, i lunghi filari di gelsi, gli alberi di alto fusto, i frutteti, i broli, che rendevano la campagna tanto variegata. Ci sono i quartieri omologati, ci sono i condomini. Le monoculture. Qua e là, perfino in pieno centro del paese, ombre del passato: le ultime case in ciottoli alla Madonnina, le prime casette operaie nei pressi di quello che fu lo "Stabilimento per la fabbricazione del vetro" e in seguito divenne la Società Anonima Manifattura Festi e Rasini, gli antichissimi e diroccati insediamenti dei benedettini a San Fermo, le tantissime case in ciottoli di Pontoncello, una corte sopravvissuta e ben ristrutturata alla Pampaluna, altre corti, alcune ville nascoste dietro spessi muri di cinta e folti giardini come si usava nel tardo Ottocento quando la dimora campagnola stava perdendo i connotati dell'azienda agricola e diventava semplice luogo dell'abitare per anonimi professionisti che svolgevano altrove i loro affari. Ombre. Come quelle che si vedono in un vetro scuro di bottiglia che non è ormai più quello che è stato.